Economia

Carige, che non paghi il contribuente

Carige, la Cassa di risparmio di Genova, è stata commissariata dalla Banca centrale europea. Bene. Voglio vedere se qualche sovranista intende pagare di tasca propria i buchi che hanno fatto, così dando un senso alla propria sovranità. Già si era su questa strada, ma usando i soldi dei cittadini, con la banca candidata alla statalizzazione. Che non è un modo per “salvare” una banca o i risparmiatori, ma per mettere un fallimento in conto al contribuente. Siccome anche in questo il governo del cambiamento è nel solco della peggiore continuità, sostenendo che tocca ai pagatori di tasse ripagare i costi dei fallimenti privati, con lo zuccheroso e velenoso alibi del “salvataggio” delle vittime, meglio mettere le mani avanti. La Bce s’è mossa dopo anni di inerzia italiana, dopo che gli azionisti avevano dato prova di sapersi solo bloccare a vicenda. I commissari sono, due su tre, gli attuali amministratori, sicché nessuno può parlare di esautorazione. Da ora rispondono alla vigilanza, ovvero alla Bce stessa.

La banca è in pessime condizioni, da anni, a causa del modo in cui ha interpretato la propria funzione, esaltando un legame territoriale che, in realtà, è l’incarnazione del capitalismo relazionale: finanziamenti a soggetti che reggono l’equilibrio (insano) locale, salvo bruciare i capitali ricevuti, come anche acquisti di immobili con valori fuori mercato, così spostando ricchezza dalla banca ai privati che incassano. Di tale dottrina non c’è nulla che valga la pena essere salvato.

Il settore bancario, però, ha una particolarità: soggetti autorizzati e vigilati raccolgono soldi di cittadini che li depositano fiduciosi, perché garantiti dalla legge. Se quei cittadini fossero fregati ne deriverebbe un crollo di fiducia che innescherebbe la fuga. Non solo da quella banca. Per evitarlo c’è la legge, i cui principi non sono cambiati con la nascita dello spazio bancario europeo: in caso di fallimento gli azionisti perdono il capitale; gli obbligazionisti sono a rischio a seconda del titolo con cui prestarono i loro soldi alla banca; i correntisti sono garantiti fino a 100mila euro (così era prima ed è ora); gli altri titoli depositati sono esenti da qualsiasi rischio, perché proprietà di chi li ha acquistati e non del posto dove sono custoditi. Lo strumento di garanzia è il fondo interbancario, dove ciascuna banca contribuisce, in nome dell’affidabilità collettiva. Funziona. O, meglio, funzionerebbe se non lo si manomettesse.

Una irresponsabile campagna di bugie ha fatto credere che tutto sia cambiato con le norme europee, meglio note come bail in. Falso, perché ricalcano quel che già era in vigore. Ad alimentare quella campagna sono stati gli arruffapopolo demagoghi, ma anche banchieri che non volevano si gradasse troppo nei loro conti. A questo si aggiunga che s’è fatto passare per “risparmiatore” l’“azionista” e l’“obbligazionista”, che invece sono investitori. E se, come è capitato, non avrebbero dovuto essere investitori allora la banca che ha venduto loro i propri titoli è truffaldina e in quanto tale deve essere portata in giudizio. Alimentando questa campagna, che l’attuale governo continua a sostenere, si è ottenuto un risultato pessimo: il sostanziale rinvio del fondo interbancario europeo. Noi italiani abbiamo pagato per la sicurezza di banche altrui, quando s’è trattato di dovere versare anche per la sicurezza delle nostre abbiamo fornito ai renitenti gli argomenti per svicolare. Stolto e suicida.

Carige, quindi, va vista in questo quadro. Se gli azionisti ci rimettono mi spiace per loro, ma hanno sbagliato investimento e amministratori. Quando guadagnavano non me ne davano una parte e non sono tenuto a rifonderli di nulla. Se i correntisti sono minacciati che scattino le salvaguardie di legge. Se per evitare tutto questo si statalizza vuol solo dire che la fregatura ce la dividiamo fra pagatori di tasse. Mal comune per il gaudio di chi non lo merita.

DG, Formiche 3 gennaio 2018

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