Economia

In debito di debito

Come ogni anno, a fine maggio, le considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia sono un appuntamento di riflessione. Alcuni temi ricorrono, perché restano problemi non risolti: l’andamento demografico e l’invecchiamento della popolazione; la scarsa qualificazione scolastica; un fisco troppo esoso con i contribuenti onesti e troppo distratto con gli evasori. Quest’anno è stata più significativa del solito la sottolineatura dell’importanza positiva dell’integrazione europea: senza, i nostri guai crescerebbero e il nostro mercato si restringerebbe.

Su tutto domina, come sempre, il peso del debito: enorme all’inizio dell’anno e poi inevitabilmente destinato a crescere. Su questo, dopo avere ricordato che il nostro spread resta elevato, rispetto a Paesi come la Spagna e il Portogallo, il governatore ha fatto una considerazione ulteriore, tanto vera quanto rivelatrice: il debito delle famiglie italiane ammonta al 62% del reddito disponibile; la media dell’euroarea è del 95; in un Paese “frugale” (come usa dire adesso), i Paesi Bassi, arriva al 200%; il totale del debito privato, da noi, è al 110% del prodotto interno lordo, nell’euroarea supera il 150, nei Paesi Bassi il 250. Significa che non siamo i più indebitati.

Ma significa anche un’altra cosa: siccome il nostro debito pubblico resta il più alto, vuol dire che il risparmio e il credito, da noi, è speso dallo Stato, mentre altrove dai cittadini e dal sistema produttivo. E questa non è una forza, ma una delle ragioni per cui cresciamo meno.

Giusto far rilevare le dimensioni aggregate, ma sarebbe sbagliato non accorgersi che non si tratta di virtù, ma di storture che ci rendono deboli e fiaccano l’Italia che lavora e produce, a vantaggio di rendite e intermediazione politica. Roba da superare, non da conservare.

DG, 6 giugno 2020

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