Economia

Predoni al telefono

Prima di abbandonarsi agli strilloni del nazionalismo patetico, si provi a ragionare. Perché attorno a quel che resta di Telecom Italia, ridenominata Tim, si agita una scena che non si sa se temere per quanto è grottesca o per l’unanime silenzio che l’accompagna. E l’una cosa non esclude l’altra.

Sarà bene ricordare di cosa stiamo parlando, prima di vedere cosa succede. Telecom Italia è stata venduta (non privatizzata, perché solo in un Paese di matti si pensa di avere privatizzato una società che era già quotata in Borsa) nel 1997: lo Stato cedette le partecipazioni di controllo, che deteneva per il tramite di una finanziaria, incassando 11.82 miliardi di euro. Quattro anni dopo l’Enel, che era ed è controllata dallo Stato, compera Infostrada, società di telecomunicazioni, impegnandosi a pagare 11 miliardi. Ne pagherà 7.5, ma non per merito proprio. Ergo: si è venduto un transatlantico per comprare un gozzo. Infostrada, a sua volta, aveva in pancia la rete di telecomunicazioni delle Ferrovie dello Stato, che, nel 1997 era stata venduta a Olivetti per 700 miliardi di lire, ma che questa aveva poi rivenduto a Mannesmann, l’anno successivo, per 14mila miliardi di lire. Lo Stato aveva venduto a 700 quel che l’acquirente rivendeva a 14mila. Con la differenza che Olivetti pagava a rate, diluite in 14 anni, mentre incassò sull’unghia. Con queste premesse, scusate, ma prima di festeggiare il reingresso dello Stato in quel che così sconsideratamente vendette, preferisco ragionare.

Si dirà: il passato è passato. Sì, e il rubato è rubato. Ammettiamo che un tale concetto sia accettabile (non lo è manco per niente).

Veniamo all’oggi.

1) Le regole di un mercato e l’interesse nazionale si difendono con le leggi e con le autorità di controllo, non comperando azioni di società (che, per giunta, lo stesso Stato aveva venduto). Il guaio è che tutte le regole della vendita Telecom furono violate, complici i governi e le autorità di controllo. Non è accettabile che anziché riconoscere l’errore e perseguire chi ne approfittò e se ne arricchì, si pensi di rimediare riacquistando, ovvero rimettendo l’errore in conto al contribuente.

2) Si smetta di recitare la commedia della difesa degli interessi nazionali, da proteggersi avverso i capitali predatori che arrivano dall’estero. Telecom è stata predata e depredata dagli italiani. E non ha mai funzionato nessuna delle regole non solo del mercato, ma anche della vigilanza societaria. Una bancarotta del diritto cui non si può rimediare pagando azioni con soldi altrui, ma restaurando il valore della legge. Non sembri una fisima, perché è questa la vera e sola trincea dalla quale si può difendere l’interesse nazionale e di quanti in Italia investono.

3) La Cassa depositi e prestiti agisce da soggetto privatistico, ma il ministero dell’economia ne possiede più del 70%. Passi quando si deve giocare con i trucchi contabili, non passi quando si fa finta di vendere Poste Italiane passandone le quote da una tasca all’altra, ma evitiamo il ridicolo: è un azionista che ha deciso di entrare in Tim, per il 5%, a nome e per conto dello Stato. Non bastasse questo, lo fa nel pieno di uno scontro fra azionisti già presenti, con i giornali che scrivono, come se niente fosse, che l’operazione serve a “fermare i francesi”. Messa così questa non è un’operazione di mercato, non è una difesa delle regole, è un’operazione di stampo mafioso.

4) Lo Stato, del resto, nelle Tlc ha già rimesso piede, ma in concorrenza con la Tim di cui ora compra le azioni. Lo fece quando Matteo Renzi, presidente del Consiglio, spinse Enel (sì, la stessa del precedente e disastroso rientro) a investire in una rete di fibra ottica che passasse per i contatori dell’energia elettrica (che detiene in monopolio, alla faccia delle operazioni di mercato). In quanti dissentimmo? Nacque così la società Open fiber, partecipata dalla Cassa depositi e prestiti (che partecipa anche in imprese alimentari, farmaceutiche, alberghiere, il tutto utilizzando i soldi del risparmio e della movimentazione postale, ovvero quattrini che non dovrebbero essere sottoposti al rischio che, nei casi citati, non è solo esistente, ma monumentale). Ora l’ideona: facciamo una sola società della rete. Noi lo proponevamo quasi trenta anni fa, prima ed invece della colpevole dilapidazione dei soldi pubblici.

5) Parliamo della rete. Quella lasciata da Sip, Italcable e Telespazio (che erano multinazionali in espansione, profittevoli e senza debiti) era eccellente. Quella odierna è vecchia. Come dire: vendo quel che è nuovo ed efficiente, lascio che gli acquirenti lo depredino, poi lo ricompro quando si deve investire per evitare che caschi a pezzi. C’è di più: tecnologicamente Tim è molto, ma molto decaduta e l’intelligenza della rete è affidata ai fornitori, in primis i cinesi di Huawei. Per capirsi: se compro una vettura quella è mia, deciso io dove andare, ma se il motore si ferma apro il cofano e ci capisco niente, sicché devo tornare dal costruttore, il quale, da quel punto di vista, è più proprietario di me. Solo che io pago e lui incassa. Quindi: ragioniamo pure di società delle reti, ma evitiamo la superba cretinata di credere che consista nel detenerne solo le azioni, perché se ne deve dominare la tecnologia e l’intelligenza.

6) Forse vi siete distratti, ma chi ha guadagnato di più, in questi anni, sono società come Facebook, Amazon, Google et similia. La rete è un mezzo, neanche ben remunerato. Vedere che tanti si stracciano le vesti pensando che sia in quello la tutela dell’interesse nazionale induce a credere che saranno stracciati, anche perché straccioni. Contenuti e servizi servono a rendere profittevole la rete, altrimenti si è solo donatori di sangue. L’ho già fatta lunga, ma la scena consegna un accordo fra Sky e Mediaset (giusto, bravi), mentre Rai, che è dello Stato, s’occupa di bilancini politici e sopravvivenza della lottizzazione. Che facciamo, aspettiamo altri trenta anni prima di accorgerci che è meglio togliere il fiasco a chi pensa di investire senza mai accorgersi dei valori e delle sinergie che ha già in portafoglio?

7) Grillo, rimembri ancora quel tempo tuo …? Già, perché ci fu un tempo in cui Beppe Grillo, meritoriamente, si recava alle assemblee Telecom. Diceva le cose che scribacchiavo. Le scrivevo prima, ma a lui va il merito di aver dato loro una ribalta assai visibile. E quando lo faceva commentavo positivamente: bravo. Gliecché, però, all’assemblea del 2010 (29 aprile) disse: vendetela agli spagnoli di Telefonica. Quel che avvertivo, da anni, è che si sarebbe potuto verificare l’assurdo, ovvero che quel che in Italia si “privatizzava” si sarebbe poi rinazionalizzato altrove, perché altri europei non avevano mai dismesso le loro partecipazioni nelle società di telecomunicazione. Sta di fatto che Grillo diceva: vendetela agli spagnoli. Non ho mai chiamato “grillini” quelli del Movimento 5 Stelle, ho giochicchiato con termini come “ortotteri” o “frinenti”, ma “grillini” non è nel mio vocabolario. Non mi piace. Ora il problema è diverso: visto che quelli del M5S sono lì a sventolare la bandiera smandrappata del nazionalismo azionario, Grillo la pensa ancora come Grillo o sono loro che non la pensano più come Grillo?

8) Non che gli altri facciano miglior figura. Che hanno pensato, che hanno fatto quando i problemi della sottrazione di valore italiano era in corso? Alcuni furono complici, altri inerti, sicché complici a loro volta. E, del resto, non sarebbe toccata loro la sorte occorsa se non si fossero già dimostrati degli inutili.

DG, 6 aprile 2018

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