Economia

Tagliare le corde

Inseguire gli spread con le manovre è come star dietro allo strozzino con le cambiali. Un modo sicuro per rovinarsi, senza mai potere ripagare un debito che lievita. Più la situazione si fa difficile più crescono gli appelli al rigore e l’invocazione di un governo forte, tecnico, capace di cacciare in gola agli italiani la necessaria medicina. Ma quando guardi in faccia gli astanti t’accorgi che sono gli stessi che menarono scandalo perché si toccavano i contributi figurativi, che convocarono un referendum contro le privatizzazioni o non mossero un dito per evitarne l’esito populista e incosciente, che ancora oggi strillano i titoli sull’incidente nucleare francese (dove è tutto sotto controllo) e cacciano nelle pagine interne una notiziola da nulla: 140 arsi vivi ai bordi di un oleodotto, in quel di Nairobi. Gli alfieri della serietà sono quelli che hanno sorriso all’ennesimo referendum contro il nucleare e poi frignano se sei persone vanno al creatore con i fuochi d’artificio. Macabro quadro di un Paese che s’è declassato a mercato nero.

Più ci penso più mi sento in un garage, legato come un salame, appeso per aria, circondato da deficienti borchiati. E non godo. Per niente. Una corda ce la portiamo dietro da tempo, quella del troppo alto debito pubblico. Divenuto insopportabile non perché non onorabile, giacché non abbiamo mai mancato di pagare e di rispettare gli impegni, avendo, oltre tutto, una ricchezza e un patrimonio del tutto compatibili con il debito, ma perché, da molti anni, alimenta una spesa pubblica improduttiva. Durante gli anni dei bassi tassi d’interesse non abbiamo allentato la corda, ma ci siamo messi a ballare dentro i legacci. La colpa è dei governi succedutisi, quello in carica compreso. La seconda corda l’abbiamo intrecciata considerando “diritto acquisito” tutto quello che rallentava o bloccava la produttività. Ci sono schiere di pensionati giovani che oggi tirano e strozzano, eserciti d’impiegati senza impiego utile, legioni di assistiti che meriterebbero ben altro trattamento: lazzaro(ne), alzati e va a lavorare. Poi abbiamo serrato i nodi che lacerano le carni di chi produce ricchezza, in modo da tenere fermi i capitalismi municipalizzati e statalizzati, che generano diseconomie e alte tariffe. Per sovrappiù abbiamo lasciato che fiorisse una classe politica d’inetti, le cui stringhe non sono in grado di asfissiarci, ma sono più che sufficienti per far credere che problemi seri si possano risolvere generando vendetta sociale anziché cambi strutturali. A compimento è arrivato il maestro di nodi, il genio dello shibari (abbiamo imparato anche questo), vale a dire un’Europa di miopi che pretende di praticare il salasso a chi sta crepando per mancanza d’ossigeno. Cribbio, si metta mano al coltello, all’ascia, alla sega elettrica, ma togliamoci di dosso questa roba.

Si può. Tutta intera una classe dirigente ha fallito. Non è detto che una nuova generazione sia, da subito, in grado di rimediare, ma è necessario che sia messa, in fretta, nelle condizioni di provarci. Quello che si deve fare lo sappiamo, lo sanno tutti quelli che ragionano: non si tratta di prendere misure parziali e provvisorie, ma di adeguare la governance collettiva al mondo in cui viviamo, in moda da coglierne le opportunità senza limitarci a soffrirne i dolori. L’aumento, secco e rilevante, dell’età pensionabile e la centralizzazione e il controllo della spesa sanitaria non sono misure punitive, ma di liberazione. La cessione delle proprietà pubbliche improduttive non è un cedimento, ma un alleggerimento. La soppressione del capitalismo politicizzato e spartitorio non è una regressione agli spiriti animali del capitalismo di mercato, ma un balzo in avanti che cancelli bestie mantenute a sbafo.

La riforma costituzionale che dia poteri al governo, forte del consenso elettorale e non degli affaristi salottardi, non è un passo verso l’autoritarismo, ma un calcio al disfacimento. Si può. Si deve. Ma fuori dalle scatole i profittatori egoisti che tirano le corde da tutte le parti, al solo scopo di conservare sé stessi. Non hanno comunque futuro, si tratta d’evitare che abbiano abbastanza presente da farci esalare l’ultimo respiro fiscale.

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