Giustizia

In fondo al pozzo

Prendete l’incapacità e sommatela all’arroganza, moltiplicate per il corporativismo ed elevate alla potenza del giustizialismo, in questo modo avrete ottenuto la misura della profondità del pozzo di vergogna in cui è precipitata la giustizia italiana, portandosi appresso tutta intera la nostra vita civile, politica, economica e anche condominiale. Che sia una schifezza, la nostra giustizia, ce lo dicono le graduatorie internazionali, il buon senso, e l’averlo scritto qualche migliaio di volte, ma lo spettacolo di questi giorni è stomachevole. Siccome non è finita e finirà male, meglio non lasciar correre.

Il tema del giorno è, come al solito, il più fesso: la vicenda che coinvolge Aldo Brancher. Comportarsi in modo più stupido era impossibile, e il presunto salvato ne sarà la prima vittima. Non incolpevole, perché lo stesso Brancher era tenuto ad almeno un’oncia in più di ragionevolezza, evitando di darsi indisponibile al primo appuntamento giudiziario, dato che le domande dei magistrati sarebbe comunque state meno difficili di quella politica: a cosa diavolo è ministro? Poteva andare, magari solo un paio di volte, e poi approfittare di una legge, quella sul legittimo impedimento, che è il frutto deforme delle sentenze costituzionali e dell’incapacità legislativa. Invece, cribbio, non s’è tenuto un secondo, affondando la scialuppa di salvataggio. E adesso? Adesso siamo al colmo, con il Presidente della Repubblica che si sostituisce al tribunale e stabilisce lui se un ministro ha da fare oppure no. In queste condizioni, non solo il caso Brancher è stato segnalato anche su Marte, ma i magistrati sono autorizzati a procedere nonostante la legge. Alla faccia dell’aiuto! Non vorrei portargli sfortuna, ma mi ricorda il caso di Cesare Previti: battaglie all’ultimo sangue, leggi specifiche per salvarlo e, alla fine, quello va in galera.

La produzione legislativa del centro destra, in tema di giustizia, è prima di tutto un cumulo di minchionerie. Adesso si massacreranno sulle intercettazioni, senza risolvere un bel niente. Ma all’incapacità sommano l’arroganza, che consiste nel non ascoltare mai le persone assennate e nell’occuparsi solo di se stessi. Se avessero cervello, al posto di avvocati in cerca di salvezza, avrebbero preso la lettera di Antonio Zito, al Corriere della Sera, e se la sarebbero attaccata al petto. Perché il padre di un indagato nel caso Fastweb, in carcere da quattro mesi, ha totalmente ragione e denuncia l’inciviltà del nostro sistema. Ma non conta, perché o i casi sono propri, o sono personali di Berlusconi, nel qual caso se ne occupano tutti, fossero anche di divorzio, oppure chi se ne frega. Hanno una sensibilità civile pari alla lucidità politica. Miniaturizzate.

Ora moltiplicate per il corporativismo. Quello dei magistrati, certo, che se li critichi collettivamente fanno spallucce, tanto sono un potere autoreferente, e se li critichi personalmente ti portano davanti ad un collega, per farti condannare (ci andiamo noi, a testa alta, mica la truppa parlamentare anonima e incapace). Ne ho scritto tanto che salto la categoria. Ma c’è anche il corporativismo degli avvocati, qualche volta troppo assecondato. Non vogliono la competizione, non vogliono il mercato, vogliono le tariffe minime, non vogliono dovere avvisare il cliente che c’è la possibilità di conciliare, così si va avanti per lustri, e se si deve conciliare vogliono esserci per forza e per legge, così incassano. Per i diritti dei cittadini, dicono. Ma va là, per una causa sulle piante condominiali o per avere rotto il paraurti di un’auto il cittadino può regolarsi anche da solo, grazie. Alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo posso ricorrere da solo, senza avvocato. La difesa è un diritto, non un obbligo, deve essere una scelta, non una coercizione.

Chiedono, quelli del Consiglio Nazionale Forense, di spostare l’entrata in vigore della legge sulla conciliazione, che recepisce una direttiva europea. Hanno bisogno di tempo per prepararsi. Sentite questa: visto che anche la giustizia può essere digitalizzata, con un decreto legge dello scorso dicembre si assegna a quell’organismo degli avvocati il compito di mettere a disposizione nome, cognome e indirizzo, anche mail, dei legali italiani. Siamo alla fine di giugno e non ci sono ancora riusciti. Ma sì, proroghiamo, tanto siamo già i più lenti del mondo.

A questo punto elevate alla potenza del giustizialismo, che pone le indagini al servizio della demolizione degli indagati e le sentenze al servizio dei teoremi, trasformandoci in un Paese in cui vige la presunzione di colpevolezza. Abbiamo anche Presidenti Emeriti della Repubblica, o capi delle procure, o magistrati da trincea che si spendono per alimentare questa incultura del diritto, questo massacro delle norme, questo rogo dei diritti. Il loro attivismo è davvero sospetto, nelle ore che precedono un’importante sentenza sui coinvolgimenti mafiosi della politica, e non è stato dato sufficiente rilievo all’incredibile accadimento in un tribunale: il collegio s’è dovuto difendere pubblicamente dal sospetto di volere assolvere l’imputato. Cosa altro volete che succeda?

Non smetterò mai di denunciare tutto ciò, pronto a correre i rischi che comporta. Ma se qualcuno pensa di utilizzare le nostre battaglie e la nostra solitaria incoscienza per mettere nel filone del garantismo i cavolacci propri e le proprie miserie, se pensa di chiamarci alla difesa di leggi scritte con i piedi e pensate con i medesimi, avremmo un suggerimento da dargli. In privato, perché non sta bene farlo in pubblico.

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