Giustizia

Marò pedine

Non è nostra intenzione disturbare il clima natalizio e, anzi, auguriamo ai due marò appena rientrati dall’India di passare serenamente le due settimane di libertà che sono state loro concesse. Ma non è poi così facile e scontato considerare solo il lato positivo di questa notizia. Credo ce ne sia uno negativo, che i nostri commentatori non vedono o fanno finta di non vedere: si dimostra che le autorità indiane non ce l’hanno con i due militari, ma con l’Italia. Che la contesa non è esclusivamente su una competenza e una procedura penale, ma sugli interessi dei due Paesi.

I due militari (non ne ripeto i nomi, ma per rispetto, giacché credo siano solo due pedine) sono accusati di omicidio. Non entro nel merito della vicenda, perché a questo punto conta solo che il governo italiano li considera innocenti e li vuole per sé, mentre il governo indiano ci risponde picche e vuole che sia la propria giustizia ad andare avanti. Sono accusati d’omicidio, dunque. E noi dovremmo credere che si concede la licenza a due presunti omicidi, dopo il pagamento di una cauzione (826 mila euro) non destinata a garantire la libertà fino al processo, ma il ritorno a casa per le feste natalizie? Dovremmo, cioè, credere che la giustizia indiana è capace di ciò che a quella italiana risulta impossibile? Visto che i detenuti in custodia cautelare, quindi costituzionalmente innocenti, passeranno al gabbio le feste, e visto che anche i destinatari di misure restrittive cautelari, quindi senza alcun processo, neanche potranno riunire le loro famiglie sotto l’albero, ove al padre sia stato proibito di vedere il figlio. Dovremmo credere a roba così? Ci è chiesto troppo.

Questo è divenuto lo scontro fra due Paesi, e, in questa chiave, credo che l’Italia stia continuando a commettere errori. Anche nel ricevere i due militari: il capo di Stato maggiore della marina all’aeroporto; il ministro degli esteri che si dice sicuro dell’esito positivo, ove, fin qui, non c’è una sola cosa che sia andata come si era precedentemente detto sicuro (taccia, almeno per scaramanzia); la convocazione al Quirinale. Tutto spettacolarizzato, laddove sarebbe stata saggia la discrezione. Sembra che siano tornati due cittadini finiti nelle grinfie dei nemici o, peggio, di un popolo incivile, che li detiene illegittimamente. Tanto festeggiare finisce con l’avere tre significati: a. l’Italia s’identifica con i suoi due militari; b. essi sono innocenti; c. l’India si sta comportando male. Ed è proprio quest’ultima cosa a uscirne esaltata mentre, forse, l’intenzione era quella di sottolineare le prime due. In questa faccenda, insomma, la cattiva gestione, fin dall’inizio, fin dalle prime ore, ha un ruolo determinante.

Se questi sono gli errori di parte italiana, perché l’India ha assunto una posizione così rigida? Mettiamo che abbiano ragione loro, che i due militari siano colpevoli di non avere applicato correttamente il protocollo e che, quindi, abbiano ammazzato indebitamente dei pescatori. Butta storia, ovviamente, ma non così grave. A maneggiare le armi, può capitare. Accusatemi di cinismo, se credete, ma è capitato anche a militari stranieri in Italia. E’ ragionevole che le autorità del Paese colpito si risentano, ma se i rapporti fra i due Stati sono buoni non farà altro che consegnare i presunti colpevoli nelle mani dell’autorità altrui. Così si salvano i buoni rapporti e la pretesa punitiva, poi si dimentica. Se qui le cose vanno all’opposto è perché manca la premessa: i buoni rapporti. Perché manca? Ecco il punto delicato: forse per come un’impresa dello Stato italiano ha condotto i propri affari, Finmeccanica.

Non sto dicendo che è di quella società la “colpa”, e, del resto, sto accennando al lato oscuro di uno scontro noto come tale, ma sottaciuto. Qualcosa non ha funzionato. E siccome è difficile che reazioni di questo tipo siano provocate da inadempienze relative al contratto scritto, è facile che riguardino la sua parte non scritta. Senza ipocrisie: in tutto il mondo si fanno affari pagando extracosti o consulenze, alias mazzette, specie nel settore militare, il moralismo è fuori di luogo, ma se trovi un Paese inferocito, come l’India si mostra con noi, tocca al governo stabilire chi, come e perché non ha funzionato.

Fin qui, invece, assistiamo a uno spettacolo diverso: Finmeccanica è stata abbandonata, ma non decapitata e rinnovata; voci ricattatorie corrono per ogni dove; il capo del governo italiano assiste inerte alla non ammissione dei vertici Finmeccanica agli incontri internazionali. Finmeccanica e governo hanno divorziato. E questo è grave, perché il governo è l’azionista, nonché il titolare della politica estera.

I due marò forse hanno sbagliato, o forse no, non lo so. So che sono due pedine. Ora ce li mandano in vacanza dalla galera, noi li riceviamo come avessero vinto una guerra, ma poi dovremo scegliere: tenerceli, aprendo la guerra, oppure restituirli, umiliandoci. In quanto all’esito finale, ho più fiducia nel giudice indiano che nella lucidità politica e diplomatica che, fin qui, s’è vista.

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