Idee e memoria

Idee e interessi

Ho letto l’intervista (ilcaffeonline.it) che avete fatto a Pierlugi Castagnetti, colma di spunti e riflessioni che meritano studio e approfondimento. Non potendolo fare qui, mi limiterò ad alcune brevi osservazioni.

1. La grandezza di Alcide De Gasperi e il ruolo determinante che ebbe nell’avviare e consolidare le istituzioni democratiche si vede, certamente, nelle elezioni del 18 aprile 1948, ma aggiungerei quelle del 7 giugno 1953. Non meno rilevanti, anche se amare nella conclusione. De Gasperi volle, dopo la vittoria del ’48, un governo di coalizione. Avrebbe potuto fare diversamente, ma compì quella scelta come indicazione politica generale, di grande valore: il governo non sarebbe dovuto essere quello di una parte, pur se espressione, naturalmente, di una maggioranza e con una irrinunciabile opposizione.

Fu presto chiaro, però, che non solo i partiti di minore consistenza, ma anche le componenti interne alla Democrazia Cristiana avrebbero potuto sfruttare l’essenzialità dei loro voti parlamentari per rendere troppo debole e incerto il cammino del governo. Sicché fu promossa e varata una riforma del sistema elettorale, di modo che la coalizione che avesse preso la maggioranza assoluta dei voti (prego fare attenzione: non la maggioranza relativa, ma quella assoluta dei voti, erano esclusi in partenza i governi di minoranza, che da lustri si succedono, oggi) avrebbe avuto un premio in seggi. Ciò avrebbe reso più stabili i governi e più forte chi li guida.

La campagna elettorale del ’53 fu condotta all’insegna della “legge truffa”. È largamente probabile che una truffa ci fu, effettivamente, ma ai danni della maggioranza e del disegno degasperiano, talché il premio non scattò. In quell’occasione De Gasperi scelse di non chiedere il riconteggio dei voti. Avrebbe esposto il Paese a tensioni troppo forti. Nasce lì il suo successivo indebolimento, anche dentro il suo stesso partito, e nasce lì l’idea che senza il consenso di parte consistente dell’opposizione in Italia si può essere accusati d’illegittimità. Ma De Gasperi ebbe ragione. Gli era chiara la conseguenza di quella rinuncia, ma anche il rischio eccessivo cui l’Italia non doveva essere esposta.

2. La scelta occidentale ed europeista non era affatto scontata, essendo già forti le pressioni che spingevano verso un disallineamento neutralista. Ancora molti anni dopo, del resto, c’era chi guardava con ammirazione al gruppo dei “non allineati”, che poi erano, inevitabilmente, satelliti sovietici. De Gasperi ebbe il merito, enorme, di non cedere sul punto: l’Italia sarebbe stata occidentale ed europea.

Molti farebbero bene a studiarlo, quel passaggio, perché a noi sembra essere passato tanto tempo, ma è un attimo della storia e certi vizi non si cancellano così in fretta. Purtroppo settori consistenti, non solo comunisti, vissero quella scelta come illegittimo sopruso, fu poi digerita come vincolo, accettata come realtà rassicurante (si dovette attendere Berlinguer), quindi declassata a cosa normale, per poi ripassare dal punto di partenza, riproponendosi un nazionalismo straccione, oramai dimentico di quanto sangue e disonore è costato all’Italia.

3. Infine, ma è cosa minore, Castagnetti ricorda quanto sia necessaria la mediazione. Il compromesso, aggiungerei. Il mondo senza compromessi è quello in cui la mattina si esce da casa per andare ad ammazzare qualcuno (talora senza neanche dovere uscire da casa). Il guaio, però, non è che oggi non ci siano mediazioni o non si realizzino compromessi, il guaio è che lo si fa su faccende miserrime. Talora anche in modo sfacciato.

La democrazia è rappresentanza di idee diverse, ma anche di interessi diversi, e si media fra idee e fra interessi. È bellissimo e utilissimo. Quando, però, la politica s’impoverisce di idee e sentimenti, affollandosi di risentimenti e trasformismi, quando si adotta un atteggiamento falso e moralistico nei confronti degli interessi, il compromesso rimane fra gli interessati. Per niente interessanti.

DG, 20 aprile 2020

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