Politica

Contro la deficienza

In Italia la partecipazione al lavoro è troppo bassa. Anziché fermarsi a litigare sui tassi di disoccupazione e inattività, ogni volta tirandoseli dietro con la pretesa di leggerli nel modo a sé più conveniente, ci si dovrebbe concentrare sul tasso di occupazione, che dice assai di più: fra i 15 e i 64 anni lavora il 58.6% delle persone. L’obiettivo che ci si è dati, in Unione europea, da raggiungersi entro il 2020, è una partecipazione al lavoro del 70%. La Germania l’ha già superata (e ha bisogno di altri immigrati), noi non la raggiungeremo manco a cannonate.

A fronte di ciò, che contribuisce a spiegare una crescita asfittica quando le cose vanno bene e scivoloni micidiali quando il vento tira contro, il dibattito pubblico è concentrato su come fare in modo che ci si possa ritirare al più presto dal lavoro e come si possa sovvenzionare chi non lavora. La si può condire con tutto il buon cuore e il patetico propagandismo di cui si è capaci, ma questa è la ricetta della miseria.

Ciò basterebbe a giustificare una chiamata popolare per abrogare la legge che istituisce il reddito di cittadinanza, considerata fonte di spesa pubblica deviante da chiunque sappia far di conto. Ma c’è dell’altro. Non credo che la fortuna elettorale del M5S si debba a tale proposta. Questo è solo un condimento del piatto principale: il rifiuto di tutti gli altri. Che ha radici diverse, irrigate dalla scarsa credibilità. Non solo ciascuno promise quel che poi non mantenne, ma all’ultima campagna elettorale il centro destra si presentò tenendo nella cartuccera anche una grottesca proposta di doppia moneta, mentre il centro sinistra sventolando ancora l’operazione 80 euro e altri bonus. Poi non si meraviglino se a superarli e annichilirli è chi proponeva di uscire dall’euro e distribuire 780 euro. Balle? Sicuro, ma che oltre a dei genitori avevano anche dei nonni.

Battersi contro l’ennesima crescita improduttiva della spesa pubblica corrente, dunque, non è solo prendere di mira uno specifico provvedimento, ma segnare una rottura con l’era in cui il cittadino-elettore è considerato un deficiente da ammaliare prima e tassare poi. Impostazione deficitaria e deficiente in sé.

DG, Il Foglio 15 gennaio 2019

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