Politica

Green economy

Armandosi d’un po’ di pazienza, circa il dibattito politico, sempre più spesso si sentirà parlare di proposte e impegni relativi alla “crescita compatibile”, alla “coscienza ambientale” e alla “green economy”, ovvero l’economia verde. Se interrogate chi s’aggira fra questi concetti, domandando di che si tratta, riceverete risposte del tipo: “nuovo modello di sviluppo” e “ripensare la produzione nel rispetto dell’ambiente”. Ne sapete quanto prima e ne traete l’impressione d’avere chiesto alla persona sbagliata.

A parte il sempre valido “non sporcare”, come il “non calpestare le aiuole”, posta l’urgenza di diminuire le emissioni resta un certo vuoto concettuale e fattuale, attorno a questi temi.

Andrebbe chiarito che l’economia verde, se proprio la si vuol chiamare in questo modo, non è un codice di condotta, ma un’occasione di business. Girano e gireranno molti soldi, nei suoi dintorni. Per agguantarli non serve (almeno solo) bere da bocce d’alluminio anziché da bottiglie di plastica, ma investire in ricerca e innovazione. Il che significa prima di tutto nell’università. Perché i soldi non siano buttati occorre che sia altamente selettiva e meritocratica, a cominciare dalle cattedre. Il modo in cui si consumerà l’energia dipenderà più dalla tecnologia delle batterie che dal soffiare del vento e ardere del sole.

Nel mentre si sviluppa la coscienza ecologista sarebbe saggio accorgersi che affondiamo nella spazzatura e abbiamo una quantità di procedure europee d’infrazione (più che giuste) perché la buttiamo nelle buche. Costume paleolitico. Nel crucciarsi per il buco nell’ozono si provi, intanto, a chiudere queste voragini della vergogna. Serve la raccolta e il trattamento dei rifiuti, in appositi impianti da costruire. Molto terra terra, ma anche molto concreto ed ecologico.

DG, 9 settembre 2019

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