Politica

Il valore della continuità

Il nascere e cadere dei governi anima l’interesse di chi segue le faccende della politica e scatena (cosa meno utile) le tifoserie. Varrebbe la pena che tutti, a cominciare dai protagonisti, valutino il valore della continuità.

Il Regno Unito visse una stagione felice quando il succedersi dei governi Thatcher e Blair (con il breve intermezzo di Major) si svolse all’insegna della continuità. Erano governi di segno ben diverso, il successore, però, non solo non smontò le cose fatte prima, ma da lì ripartì per realizzare quelle che aveva promesso. Buoni esempi ci sono anche in Italia. Se prendiamo le grandi città, come ad esempio Milano, il succedersi di giunte di colore diverso, o, se si vuole, opposto, ha preservato il valore della continuità, sicché la metropoli è potuta crescere e oggi ha, per citare un settore, un vivace mercato edilizio. Dove, invece, si è partiti proprio dalla demolizione delle cose fatte prima, dagli “altri”, per quanto sia legittimo, il risultato è negativo e le città ne soffrono. A maggior ragione con i governi nazionali.

Prendiamo il caso della scuola: le scuole hanno appena riaperto e s’è dovuto prendere un provvedimento urgente per evitare che l’educazione civica slittasse a un altro anno scolastico; le maestre non laureate vengono licenziate, anche perché non si è rinnovata la sospensione presente in un decreto del 2018; il conto dei pensionandi sale e i rimpiazzi sono complessi; il concorso dei presidi non è in grado di fornirli per la riapertura. E potrei continuare. Ciascun governo vuole lasciare una propria impronta (legittimo), ma il risultato è il caos. Non solo a scuola. Comunque la si pensi sarebbe bene tenere fermo un principio: l’Italia è una sola, è la nostra casa comune, non può patire sussulti continui. La continuità è un valore.

DG, 7 settembre 2019

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