Politica

Il vizio delle rendite

Le macerie di quel ponte, lo sfregio sulla faccia d’Italia, dicono molto di più di quel che si vuole infilare in una polemica miserevole. Raccontano la sorte di un Paese che vive di rendite e di quel che si fece, tenacemente impegnato a spezzare le ginocchia di chi crea ricchezza e fa.

La voglia d’identificare “il” colpevole risponde al bisogno di non mettere in fila i colpevoli. Che sono tanti. Il presidente del Consiglio ha commesso un grave errore nel dire che non si possono attendere i tempi della giustizia, perché l’idea di avere giustizia senza rispetto del diritto è folle. Quei tempi sono intollerabilmente lunghi, ma tocca proprio a chi governa lavorare per renderli civili. A forza di far credere che tutto, compresa la storia, possa essere scritto nelle aule dei tribunali s’è finito con il concludere che le urgenze della cronaca non possono che tagliarle fuori. Grave errore, figlio di errori altrettanto gravi. Ma non è questo il punto, tanto, al di là delle chiacchiere stentoree e demagogiche, dai tribunali, penali e civili, si passerà.

Ma ci sono colpevoli che rimarranno penalmente vergini, per la semplice ragione che non hanno commesso alcun reato. Sono i militi del grande partito dello spendere e del non fare. Certo, fra questi il M5S e il suo appoggio ai “No Gronda”, ma nessuno s’illuda di potere limitare le colpe a quella propaganda. Essi, del resto, non sono che gli epigoni di un mondo che vive di rendita e liscia il pelo di qualsiasi interesse localistico, fino a perdere di vista l’interesse nazionale. Quell’opera, come centinaia di altre, non s’è fermata per mancanza di soldi, ma per mancanza di decisioni e overdose d’inutili chiacchiere. A destra, a sinistra, sopra e sotto.

La palla al piede d’Italia non sono le scarse risorse, perché manco si spendono quelle già stanziate e disponibili, come non si spendono i contributi europei, il ceppo è nella procedura, nel meccanismo deresponsabilizzante, nel non volere mai assumersi una responsabilità. E, del resto, il numero di procedimenti che pesano su amministratori che decisero qualche cosa è impressionante. Lentissimi, di modo che siano tortura per gli innocenti e pacchia per i colpevoli. Pedagogia amministrativa che insegna un principio velenoso: se non ci guadagni, che la firmi a fare quella carta?

Tutto ciò è reso possibile dal fatto che si campa di rendita su quel che si fece, supponendo possa reggere in eterno. Ed è tanto forte questo vizio che imprenditori di successo si trasferiscono dalla competizione alla rendita, versione ricca d’un Paese immiserito. Invece non reggono. Un ponte può venire giù, come altri, come i viadotti, come le strade, in città e fuori, ma c’è roba che non crolla fisicamente ma implode contabilmente. Il sistema pensionistico, ad esempio.

Provare a porre rimedio non porta voti e porta guai, ragion per cui la gente di successo, che faccia politica o affari, se ne tiene lontana. Si fanno iniezioni di cemento, si cambiano i tiranti, si pompano soldi del contribuente, tutto per tenersi quel che gli altri, nel secolo scorso, fecero. Di innovare, modernizzare, velocizzare non se ne parla. Sarebbe il solo modo di assecondare l’Italia e gli italiani che competono e vincono, ma questi non hanno rappresentanza. Sarebbe il solo modo per andare incontro a chi vuole sicurezza e serenità, ma lo spettacolo è occupato dalla paura e dall’ansia.

Chi fa funzionare la testa sa bene che non si può vivere di rendita. Chi fa ingrassare il portafoglio, economico ed elettorale, punta tutto sulle rendite, finanziate a debito. Questa è l’aria che tira. Anche se fuori dalla corrente c’è l’Italia migliore, la più forte, quella che mantiene il resto, ma che ha perso la voce.

DG, 19 agosto 2018

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