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RiTratti

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Nella nostra politica estera, sul decisivo fronte della guerra ai confini dell’Unione europea, c’è una contraddizione. Non viene fatta rilevare dall’opposizione perché si riproduce anche al suo interno. Il che non attenua il problema, ma lo aggrava. Distanziando l’Italia dai contenuti decisivi del Piano Draghi.

Il tratto migliore non solo del governo Meloni ma della posizione fin dall’inizio presa da Fratelli d’Italia (quando si trovava all’opposizione) consiste nell’essersi schierati al fianco dell’Ucraina, contro la criminale guerra scatenata da Putin, in un quadro di coerenza atlantica. Gli altri governanti di oggi erano governanti anche allora, sicché condivisero la scelta del governo Draghi anche quando – come la Lega – non la condividevano affatto. Questo importante caposaldo non è venuto meno, ma è stato avvolto nella nebbia. E la scarsa visibilità fa sorgere dei dubbi sulla sua stabilità. Gli elementi rivelatori sono due: a. l’essersi schierati con Orbán nel ritenere che le armi fornite non debbano colpire fuori dai confini ucraini; b. nell’avere, giustamente, mantenuto la segretezza sulle armi spedite, salvo poi sbandierare una batteria Samp/T che neanche si riesce a consegnare. La contraddizione è evidente e se le opposizioni facessero il loro mestiere e non avessero la coda di paglia ne chiederebbero conto in Parlamento.

C’era una sola possibilità che la guerra durasse poco e consisteva nella riuscita del piano elaborato dai russi: invasione, conquista di Kiev, eliminazione del legittimo governo, il tutto in due settimane. Sono bastate le prime ore per capire che quel piano era già fallito, che la Russia aveva perso e – nella nostra pochezza – scrivemmo già a febbraio di due anni fa che la guerra sarebbe stata lunga: i russi non erano in condizione di sfondare, gli ucraini non erano in condizione di cacciarli. Ci avviamo ai tre anni di guerra.

Si spera sempre di negoziare e, da ultimo, si propone in quel ruolo il cancelliere tedesco. Ma per negoziare occorre la forza, non il buon cuore. La Russia è stata ridotta a una economia di guerra, i suoi alleati fornitori sono la feccia del mondo, i cinesi gli ciucciano via gas e petrolio, c’è stato almeno un tentativo di colpo di Stato, Putin non può negoziare per recedere. L’Ucraina ha resistito eroicamente, ha visto distrutte città, contato innumerevoli vittime civili e militari, decine di migliaia di bambini rapiti, non può negoziare per cedere. Né a noi converrebbe, perché se passa il principio che bombardando si spostano i confini non ci sarà più un angolo sicuro nel mondo, la guerra si approssimerà ai nostri confini e il Pacifico sarà in fiamme.

Per negoziare, per sperare di fermare il massacro, si deve scambiare altro: neutralità – ma garantita dalla Nato – e territori con autonomia. Ma perché si negozi senza subire occorre avere territori da scambiare. Lo sconfinamento ucraino in territorio russo è quindi coerente con l’idea di negoziare. Oltre ad avere dimostrato che con le nostre armi si colpiscono obiettivi militari, non facendo macelleria di civili. Un punto essenziale, se si vuole mantenere un ruolo al diritto internazionale. Dal che discende che chi è favorevole al negoziato deve anche essere favorevole a che gli ucraini colpiscano oltre i propri confini: per difendersi e (sia detto senza ipocrisia) per avere qualche cosa da scambiare. Se lo si nega si entra in contraddizione. E se ci si contraddice accanto a Orbán siamo all’orrore.

Ora, senza ripetere le già scritte considerazioni sull’oscenità di batterie difensive non consegnate adducendo a motivazione le ditte private in vacanza (!!), perché accompagnare il discostamento dalle posizioni degli altri occidentali (Usa, Francia, Germania, a tacere della Polonia) con l’enfasi su uno strumento difensivo di cui si pubblicizzano nome e caratteristiche? Ciò annebbia il caposaldo, sperando non sia in corso di ritrattazione. Fornisce un ritratto non esaltante e non confutabile solo ripetendo di essere dalla parte dell’Ucraina.

Davide Giacalone, La Ragione 10 settembre 2024

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