Nel migliore dei casi quella di oggi, in Turchia, è l’apertura di un negoziato. Non sarà breve e non sarà facile. Troppo evidente l’incapacità russa di chiudere la partita sul terreno di una battaglia che Putin decise di aprire e troppo grandi i problemi della loro economia per non indurre taluno a contare sul tracollo. Troppo evidente che per l’Ucraina è impossibile chiudere la faccenda con le armi e troppo manifestate le possibili divisioni del campo occidentale, per non indurre Mosca a pensare che l’invaso possa crollare. Condizioni in cui la guerra può anche durare a lungo. Ma, pur guardando al tavolo turco, a nessuno è consentito ignorare la conseguenza della criminale scelta russa e quel che ha prodotto in un triennio: gli ombrelli difensivi sono meno scontati e s’è riaperta la corsa non soltanto al riarmo convenzionale ma anche alla proliferazione atomica. Pessimo scenario con il quale si devono fare i conti.
La Polonia ha già posto la questione, facendo tesoro della lezione ucraina: un Paese non atomico è esposto al rischio di violazione armata delle frontiere. E siccome Trump ce l’ha messa tutta per far capire che l’ombrello americano non è detto che si apra, è necessario averne anche altri. Certo, la Nato resta al suo posto e quindi le parole di Trump possono anche essere al vento, ma il timore esiste e ai polacchi basta. Analogamente ragioneranno le Repubbliche baltiche.
A ciò si legano sia la ritrovata intesa con il Regno Unito sia la disponibilità francese a rendere europeo il proprio ombrello atomico. Ma non si sia ipocriti: a. dentro la Nato quell’ombrello è già comune; b. fuori dalla Nato è troppo piccolo. Per questo la disponibilità francese ha un significato politico, con conseguenze politiche. La Germania ci starà. Se in Italia dovesse prevalere la stupidità accidiosa delle presunte antipatie personali, ne pagheremmo le conseguenze per anni. Ed è segno d’insufficienza culturale e morale che la questione non sia ben presente nel dibattito pubblico.
Guardate a quel che accade in Israele. Un governo fondamentalista sta creando danni che saranno permanenti. Il bilancio delle vittime civili e dei bambini massacrati è abominevole. Ma questo non cancella che Israele è la nazione aggredita e che sconta una solitudine cui è stata e si è abbandonata. Il mondo arabo non ha alcun interesse ai palestinesi e se vedesse sterminati tutti quelli di Hamas ne sarebbe contento. La parte musulmana e non araba – l’Iran – finanzia Hezbollah e Hamas proprio per nuocere agli arabi sunniti. Ed è lo stesso Iran che corre verso l’atomica. Ora Trump vuole negoziare quel che ieri, nel corso della sua prima presidenza, aveva cancellato, ma nel frattempo sarà Israele a doversela vedere.
Come insegna anche la faccenda degli Huthi, con gli Usa che bombardano all’impazzata, non ottengono il risultato, annunciano che si sono arresi ma li hanno soltanto indotti a sparare ad altri. Ovvero a Israele. Che dovrà vedersela da solo. Il tutto senza più una sponda occidentale forte che lo sorregga ma anche vincoli nell’azione, come era con Biden e prima di Biden. Una immane carneficina per giungere al cospetto della minaccia atomica iraniana. Intanto Trump apre alla Siria.
La minaccia iraniana spinge i celebrati sauditi ed emiratini a porsi il problema se essere soltanto potenza convenzionale o aspirare a un ruolo (anche economico) geopolitico globale. Il che li spingerebbe verso il nucleare.
La cloaca che si è aperta è enorme. Ed esclude che la guerra in Ucraina sia faccenda dei soli ucraini. La Guerra fredda aveva saputo promuovere, fra mille insidie e contraddizioni, la non proliferazione atomica. Il crollo sovietico ha consentito la globalizzazione dei commerci. L’allucinazione nazionalista e i tentennamenti davanti a Putin conducono a segare le catene del valore e a far proliferare le testate atomiche.
Nelle democrazie si deve parlarne ai cittadini, perché la nostra forza è nella consapevolezza. Forse ci si direbbe meno ‘stanchi’ di sostenere la resistenza altrui.
Davide Giacalone, La Ragione 15 maggio 2025
