Per non pagar dazio al travisamento si deve anche finirla di credere che la storia dei commerci inizi (e neanche finisca) con il cartellone di Trump e le conseguenti piacevolezze. L’Unione Europea è un’area molto ricca e produttivamente capace, ma i nostri problemi cominciano prima e lo scompiglio seguito allo scontato esito del falso negoziato e del falso accordo ne è l’eco. Eppure è questo il tempo in cui ci si trova al bivio fra il restare rimbambiti o il riscoprirsi baldanzosi, capaci di un rimbalzo.
Le nostre sono democrazie, sistemi assai più forti dei dispotismi. A patto che non se ne rimpiattino i problemi all’opinione pubblica e si prospettino gli strumenti da utilizzare per superarli. Eccome se possiamo riuscirci, ma senza far credere (come fa ora chi danneggerà l’altra sponda dell’Atlantico) che tutto si risolva in una trovata, con una scelta specifica o, men che meno, con una guida autorevole e paterna. Tutta roba utile, ma assai meno della consapevolezza e della competenza.
Rispetto agli Stati Uniti perdiamo competitività da molto tempo e ne conosciamo la ragione. Se continuiamo (e continueremo) a esportare moltissimo negli Usa è perché abbiamo produttori eccellenti. Se importiamo moltissimi più servizi di quelli che esportiamo è perché abbiamo investito pochissimo nell’innovazione. I dazi americani sono un atto ostile, una scelta politica. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi può compulsare le parole presidenziali, laddove affermano che non si chiuderanno accordi sui dazi con il Canada ove questo Paese riconosca lo Stato della Palestina (peraltro inesistente). Nulla a che vedere con commerci e bilance commerciali, puro strumento di ricatto politico. Questa è la condizione, che sarebbe già disdicevole senza aggiungere che Trump arreca un danno alla causa d’Israele, che non è soltanto quella di Netanyahu.
Leggete le sagge parole di Sergio Dompé, leader nella farmaceutica: in parte riassorbiremo il peso dei dazi puntando su maggiore produttività, in parte sarà minor guadagno, in parte si ribalterà sul prezzo e pagheranno gli americani. Perdere terreno sulla produttività è comunque letale. È successo all’automotive: ci si può sforzare di credere che la causa siano le politiche di decarbonizzazione ma è una patetica finzione, perché sono anni che le case europee investono poco e arretrano, mentre cinesi e americani fanno vetture nuove.
L’idea più fessa di tutte è quella di reclamare ‘ristori’, vale a dire soldi dei contribuenti che aiutino a galleggiare chi affonda. Pessima idea perché, in questo modo, si chiamerebbe il contribuente europeo a finanziare quello americano, nel mentre mantiene in vita soggetti che comunque capitoleranno, dopo avere portato via i soldi per gli azionisti di controllo.
Tutto questo era già presente anche prima del cartellone. Reagire non significa maledire, ma capire la debolezza e darsi il tempo e la strada per superarla, puntando al rimbalzo. L’indizio si trova nei commenti sbilenchi che si sono letti: la Commissione europea era debole, nel negoziare, perché doveva difendere la meccanica tedesca (e nostra), l’avionica francese o la farmaceutica italiana. No, era debole perché non stava rappresentando produttori europei in un mercato unico dei capitali. Fra l’altro capace, quest’ultimo, di piantare il coltello nel fianco dolorante degli Usa: i capitali che scappano via e il debito pubblico con costo crescente.
Approntare non soltanto un mercato unico (si deve migliorare, ma lo abbiamo ed è potente) ma anche produttori continentali con regole uniformi, investire nella formazione e usarla come combustibile per l’innovazione, richiede tempo. Non si promette e fa davanti alle telecamere. E richiede una costanza che può essere data soltanto dall’averlo esposto all’opinione pubblica e agli elettori, spiegando anche perché l’apertura di altre aree di libero scambio è vitale per nuovi mercati e per le nostre produzioni (quindi occupazione e ricchezza).
Ma nessuno trova mai una soluzione se bara su quale sia il problema.
Davide Giacalone, La Ragione 1° agosto 2025
