Non solo non è credibile che i russi puntino su Lisbona (una volta la battuta era sui cosacchi che abbeveravano i cavalli a San Pietro), ma neanche c’è alcuna evidenza di ostilità di Mosca nei confronti dei Paesi europei. Lo ripetono in troppi, non volendo vedere che la guerra è già in corso in tre diverse modalità: a. armata e con il sangue in Ucraina; b. fatta d’incursioni e sabotaggi, come in Polonia; c. ibrida e con cyber-attacchi che vanno dalla diffusione di falsi al blocco di sistemi informatici. Ciò avviene già in casa nostra. Il tutto si trova fotografato, con crudo e allarmato realismo, in un “non paper” del ministro della Difesa. In quelle pagine Guido Crosetto definisce quella ibrida «una delle più subdole minacce. (…) Consente campagne di disinformazione, interferisce con i processi democratici, mette in difficoltà infrastrutture critiche (sanità, energia, trasporti, finanza) e rende ardua l’attribuzione grazie all’impiego di proxy e alla “plausible deniability”. (…) La percezione pubblica di vulnerabilità, anche in assenza di prove definitive, produce effetti strategici pari – o superiori – a quelli di un attacco dichiarato».
Ora ripensate alle parole che abbiamo messo in fila all’inizio – spesso pronunciate con il ridere dello sberleffo e con l’orrore di chi suppone siano pazzi quelli che guardano la realtà dei fatti – e pensatele come i tangibili effetti di quella guerra ibrida.
Secondo Axios e il “Wall Street Journal” sarebbero in corso colloqui diretti fra Usa e Russia, fra Steve Witkoff e Kirill Dmitriev, per porre fine alla guerra in Ucraina. Fosse vero sarebbe un negoziato senza gli ucraini, magari considerandoli un ostacolo alla pace per la loro irragionevole determinazione a non arrendersi all’imperialismo russo, che ogni giorno intensifica gli attacchi. E state certi che i sostenitori dell’inesistenza di alcun pericolo (anche solo teorico) di guerra reale sarebbero ben felici di festeggiare la pace, convinti che sia gratis e senza conseguenze.
Prima del febbraio 2022 – quando l’ammassarsi delle truppe russe ai confini ucraini fece suonare l’allarme, quando gli stessi che oggi non vedono segni di ostilità allora sostennero che era da forsennati guerrafondai supporre che fosse possibile un’invasione e quando poi l’invasione ci fu e le cose non andarono come pensava Putin (l’Ucraina non è crollata e ancora combatte) – non ci fu soltanto la presa a mano armata della Crimea: ci fu anche una escalation di cyber-attacchi, che puntavano a mettere fuori uso quelle stesse centrali elettriche e termiche che ora bombardano. Dal 2020 al 2022 quel tipo di attacchi quintuplicarono. Non erano l’alternativa alla guerra, ma il suo annuncio.
Il “non paper” di Crosetto documenta che quegli attacchi sono ora in corso in casa nostra e servono anche a produrre le stesse reazioni: negazione, irrisione, sottovalutazione e richiamo costante alla salvezza dei popoli. Il prodotto è l’avvicinarsi della guerra, la cui alternativa – se si lascia l’iniziativa strategica a Putin – consiste nella sottomissione, nel ritorno di una parte delle nostre carni europee al dominio diretto di Mosca e della penetrazione nel resto del corpo europeo con forze di destrutturazione: quali furono i comunisti antieuropeisti di ieri e i sovranisti antieuropeisti di oggi. Tutto, sempre, in nome della pace. Come per la pace erano quelli che sfilavano in Italia ricevendo calorosi telegrammi da Brežnev.
Il lavoro di Crosetto è interessante e utile. Ma c’è un problema: gli antagonisti di quell’impostazione – che richiede immediata integrazione europea della difesa e della cyber-difesa, che richiede coordinamento Nato nel difendere l’Europa (Regno Unito compreso) da questi attacchi – lui li ha come colleghi al governo. Non bastasse questo, sono anche più presenti fra le opposizioni. Sul tema delicatissimo della difesa, il Quirinale è divenuto punto di garanzia ed equilibrio. Motivo di più perché a occuparsene non siano gli squilibratori per vocazione e professione.
Davide Giacalone, La Ragione 20 novembre 2025
