Della legge di bilancio è rimasto solo il saldo. L’annuale guazzabuglio consegna un frullato il cui solo (buon) ingrediente riconoscibile consiste nell’avere tenuto fermo il rientro anticipato dalla procedura d’infrazione. Per il resto, tenuto presente che la grandissima parte della spesa pubblica è corrente, riproducendosi uguale a sé stessa da un anno all’altro, quel poco che avanza è stato snaturato con un solo scopo: la propaganda. Dal frullato di bilancio parte una lunghissima campagna elettorale, che così impostata non promette nulla di buono. Tanto più che i frappé delle opposizioni non sono da meno in quanto a bibitoni dal gusto equivoco.
A tenere fermi i saldi, a farsene saldatori, sono stati Meloni e Giorgetti, presidenza e dicastero dell’economia. A far franare tutto il resto è stato il partito di Giorgetti, la Lega. Non perché gli altri credessero nell’impostazione portata al Consiglio dei ministri (dove l’hanno tutti approvata), ma perché la Lega non ha avuto pudori nel dare l’assalto alla diligenza e smontarne anche le ruote. Non è che non abbiano avuto timore nell’indebolire il governo, è che hanno voluto far sapere che intendevano indebolire Palazzo Chigi. Facile capire perché il ministro dell’economia non pensi a dimettersi: a. il solo contenuto, il saldo, s’è salvato; b. avrebbe dovuto dimettersi più dalla Lega che dal governo.
Il professor Giavazzi ha osservato quel che nessuno s’è preso il disturbo di smentire: il contributo del Pnrr, dei fondi europei, alla crescita del prodotto interno lordo è calcolabile in un punto percentuale l’anno, ma da quando quegli investimenti vengono fatti l’Italia non è mai crescita dell’1%, da ciò discendendo che senza quei soldi si sarebbe già in depressione da tempo. E se non si trova il modo di rendere duratura la spinta di quella spesa in depressione ci finiamo in fretta. Interessa a qualcuno, in Parlamento? Sicuramente non entro l’ora di pranzo del prossimo 30 dicembre, quando i deputati voteranno la fiducia su un bilancio che non avranno neanche discusso o letto. Poi via di corsa, per l’anno nuovo e il vecchio andazzo.
È stato ripetuto fino alla noia, partendo dalla politica estera per arrivare a quella economica, che se divisa è la maggioranza lo è anche l’opposizione. Ma pare si faccia fatica a comprendere il senso di questa constatazione, peraltro oramai vecchia di un trentennio. Certo che le opposizioni sono divise, ma lo erano anche le forze oggi al governo. Divisissimi, posto che alle elezioni si arrivò con due di loro al governo e una all’opposizione. Già dimenticato? E questo non significa che le odierne sinistre possano aconciarsi a quel non commendevole esempio, perché la differenza consiste nel fatto che le destre sono unite nell’essere divise e le sinistre sono divise anche se provano a essere unite. Le destre si fregarono da sole con il primo governo Berlusconi, fatto cadere dalla Lega. Le sinistre si sono fregate con una ripetitività lussuriosa che ne ha mostrato anche il godimento.
Epperò quel che li unisce tutti è assai più forte di quel che li divide: i voti, gli uni e gli altri, li prendono soltanto chiedendoli per far perdere l’avversario. Con il risultato non di unire i simili, ma di dividerli. Mettono in atto un modo di concepire la raccolta dei voti che poi rende impossibile fare politica, ovvero cercare convergenze. In questo modo si fa diventare irrilevante il Parlamento, popolato da raccoglitori di consensi e non da generatori di idee e politiche.
Cosa deve accadere per capire che il falso bipolarismo è al capolinea? A guidare la terza Repubblica sarà chi dimostrerà in fretta di averlo capito e di avere saputo lasciarsi alle spalle il mondo nel quale pure era cresciuto. Può avvenire per crollo, quando il rattrappimento diventerà doloroso per gli italiani. Sarebbe bene avvenisse per voglia di riscatto, guardando al futuro e non alle faide del passato. Cosa che può avvenire partendo dalla consapevolezza degli elettori: il bibitone non è ingollabile.
Davide Giacalone, La Ragione 23 dicembre 2025