L’anno inizia con la campagna per il referendum sulla separazione delle carriere. Su quel tema si concentrano molti vizi culturali e politici, a cominciare dal reciproco e comune trasformismo. Come indossare maschere, ma uguali. Facile che il tutto si riduca alla contabilità delle urne, ma potrebbe essere la salvifica occasione per dare un senso a quel che rimane della legislatura.
Al merito della riforma La Ragione ha dedicato un libro. Qui interessa ricordare che si tratta di una riforma votata dalla maggioranza di destra cui gran parte della destra, in passato, s’oppose e avversata dall’opposizione di sinistra pur essendone stata la sinistra, sempre in passato, sostenitrice. Una riforma figlia della cultura della sinistra democratica, che parte da quella fatta da Giuliano Vassalli – socialista e medaglia d’argento della Resistenza contro il fascismo – del Codice di procedura penale. Sicché la destra al governo, che fu venata d’incivile giustizialismo, sostiene oggi quel che, venata di civile garantismo, sostenne la sinistra al governo. Sembrerebbe una storia da sbolognare agli psicanalisti, invece sintetizza il difetto genetico della pretesa (costituzionalmente inesistente) Seconda Repubblica: pretendere di negare legittimità democratica ai propri avversari, anche a costo di avversare quel che si sostenne e sostenere quel che si avversò. Una pretesa non priva di fondamento – visto che alcuni furono fascisti da una parte e comunisti dall’altra, quindi effettivamente privi di cultura e comune sentire democratici – ma priva di futuro e sterile nel presente.
Sarebbe bene avvenisse già nei tre mesi di campagna referendaria, ma siccome non accadrà che almeno avvenga subito dopo, quando saranno chiari i pericoli connessi agli errori commessi: è il tempo di riconoscersi. Riconoscere la legittimità dell’avversario non significa condividerne le idee, tanto più che, come appena dimostrato, ci si scambia quelle usate proprio per non riconoscersi.
Dopo il referendum la destra al governo, presumibilmente (e auspicabilmente) vincente, pretenderà di passare alla riforma costituzionale intitolata al “premierato”. Un autentico disastro, un pericolo reale, un errore smisurato. A quel punto la sinistra, presumibilmente perdente, sceglierà nuovamente il muro contro muro, ancora una volta avversando quel che un tempo (sbagliando) sostenne. Una posizione sterile in una distruttiva commedia, perché la destra non sfiderà ancora il giudizio referendario (con un’alta possibilità di ritrovarsi, auspicabilmente, perdente), sicché tutto sarà rinviato all’indeterminato futuro. Anche nel malaugurato caso che quella pessima riforma sia approvata al termine di questa legislatura.
Sarebbe più saggio e prudente, da una parte e dall’altra, riconoscere la necessità del confronto sulle riforme di caratura costituzionale, proponendo l’elezione, con le prossime politiche, di una ristretta e veloce assemblea RiCostituente. Servirebbe a fermare lo sconcio ballo del trasformismo per contrapposizione, in cui ciascuno perde dignità e credibilità.
Nelle parole del Presidente della Repubblica, pronunciate il 31 dicembre, c’è un passaggio che non era soltanto un ricordo ma un auspicio: all’Assemblea Costituente (1946-1947) le forze politiche si scontrarono animatamente sulle questioni di governo e collaborarono nella scrittura della Carta. Oggi non siamo, per fortuna e merito di tanta politica e politici di cui ci si dimentica, in quelle condizioni. Ma abbiamo comunque quella necessità. Riconoscerla e riconoscersi sarebbe anche il modo di guardare al futuro senza trascinarsi dietro ciascuno i propri fantasmi (di cui ci si vergogna senza poterlo ammettere o ci si vanta divenendo inammissibili), in ogni caso rubando alla politica il tempo dell’avvenire e lasciandola prigioniera inerte dell’avvenuto.
Ci pensino, dimostrando di pensare non soltanto alla propaganda spicciola per correre alla conquista dei voti della metà degli aventi diritto al voto. L’altra metà è già un severo giudizio.
Davide Giacalone, La Ragione 3 gennaio 2026
