La linea che Trump segue, all’interno e all’esterno, è coerente: cerca il conflitto. Per le strade americane e per le contrade del mondo cerca di usare la forza militare per trarne un vantaggio elettorale ed economico. Se il solo problema fosse Trump e la sua accolita di estremisti tendenti al fanatismo la cosa sarebbe anche arginabile e passeggera, ma la sua rielezione è il prodotto e non la causa degli squilibri cui assistiamo.
Ne sono a loro modo conferma le parole del governatore californiano, Gavin Newsom, che invita gli europei a non piegarsi e a rispondere con durezza alle offese della Casa Bianca. Già, ma sono stati gli americani a eleggerlo, non gli europei. E il consenso trascinato da Trump ha portato a vittorie significative anche al Senato e alla Camera, il che segnala un problema statunitense e un indebolirsi sconfinante nella sparizione della classe dirigente democratica. Che gli oppositori cerchino una sponda europea è comprensibile, ma anche agli europei farebbe comodo una sponda americana che non sia il detestabile woke.
Come dimostrano l’azione dell’Ice (la forza paramilitare che agisce a volto coperto e con violenza contro l’immigrazione irregolare), l’aperto sostegno che gli fornisce la Presidenza (che non si fa scrupolo di indicare come colpevoli criminali quanti ancora non hanno neanche incontrato un giudice) e il modo in cui Trump ha approcciato la questione Groenlandia (dove avrebbe potuto avere tutte le basi militari necessarie e ha preferito parlare di annessione, anche militare), il suo scopo è lo scontro. Il suo intento è cacciare l’intero Occidente in una spirale in cui o si assecondano le sue richieste (anche di soldi nostri) o ci si assume la responsabilità di rompere il rapporto con gli Usa. Un po’ la logica di Putin: la pace sarebbe subito stipulata se gli ucraini la smettessero di opporsi al diritto russo di prendersi le loro terre.
La stessa partita di Gaza è stata gestita parlando di deportazione dei palestinesi, poi di board internazionale, per approdare in fretta all’idea di un comitato a gestione privata americana, con un gettone d’ingresso da pagare e aperto alla partecipazione di dittatori guerrafondai. Omessa ogni altra considerazione, sembra quasi più accettabile per Hamas che per Israele.
Seguirlo in quella spirale significa perdersi. Ne sa qualche cosa Giorgia Meloni, che pure ce l’ha messa tutta e ha a lungo accarezzato l’idea di scegliere l’allineamento statunitense per guadagnare peso in Ue. Arduo cercare l’equilibrio con chi punta allo squilibrio e lo fa a ragion veduta, convinto di trarne vantaggio.
Per parte nostra, europea, si tratta di prenderne atto e salvare quel che sopravviverà del rapporto atlantico. È ora di finirla con la gnagnera insopportabile dell’Unione che non c’è e tenersi stretta come preziosa quella che c’è (cui si devono molto benessere e molta sicurezza). Scelte politiche comuni ed epocali (si pensi all’Ucraina) sono già state compiute. Sulla Groenlandia non si cede e non si possono considerare conclusivi i momentanei arretramenti di Trump. Debito comune è già stato ripetutamente acceso. Una comunità d’intenti s’è creata dal Canada all’Ue e al Giappone. I Trattati consentono di non fermarsi all’unanimità, dando vita a cooperazioni rafforzate, prima di tutto sulla difesa: chi ci sta, bene; chi non ci sta resta fuori e magari entra domani. Inoltre nei nostri portafogli c’è parte rilevante del debito pubblico statunitense, in una stagione in cui il dollaro scende e la sicurezza di quel debito pure. Questo è un terreno delicatissimo per Trump, quello su cui può fare danni enormi al suo Paese.
Tutto ciò dev’essere utilizzato. Non per far guerra, ma per evitare che ce la si faccia impunemente. Ed è questo il vero discrimine politico all’interno di tutte le democrazie europee, mentre le altre distinzioni – compresa quella fra destra e sinistra – sono arnesi inutili al presente. Tutti i dibattiti nazionali sono rimasti indietro, ma la realtà è andata avanti.
Davide Giacalone, La Ragione 22 gennaio 2026
