Giustizia

MutaNo

Illustrazione di una chiocciola con collo da giraffa e guscio a spirale accanto al titolo “MutaNo” di Davide Giacalone sul referendum giustizia

Se al referendum dovessero vincere i Sì, ciò avverrà a dispetto di quanti quella riforma hanno votato in Parlamento. La pessima campagna referendaria cui stiamo assistendo è anche il frutto del ribaltamento delle posizioni, talché si ritrova a difendere una riforma figlia della famiglia liberaldemocratica chi da quelle parti non ha parentele. E si vede, perché invita a votare Sì adducendo le ragioni del No. Ci occuperemo di quel che avviene nello specchio di sinistra, oggi guardiamo in faccia la destra cui non riesce la mutazione e che prova la cumulazione.

C’è una ragione profonda per cui chi è di destra per convinzione e non soltanto per interesse non riesce a deglutire le conseguenze della riforma che pure ha (meritoriamente) approvato: le carriere unite sono coerenti con un sistema inquisitorio, che individua nello Stato il principale bene da difendere; le carriere separate sono necessarie in un sistema accusatorio, che antepone la difesa dell’individuo. Non significa che nel primo sistema i diritti della difesa siano negati o che nel secondo la difesa della legalità statuale sia trascurata, ma dovendo scegliere le priorità da una parte c’è quella dell’autorità statuale e dall’altra quella dei diritti individuali. La destra non può che riconoscersi nel primo modello, ma ora ha approvato il secondo. Non solo la destra, del resto: in quel primo modello si riconosce ogni statalismo, rosso o nero che sia. L’altro è liberale proprio perché non riesce a concepire una libertà collettiva che non sia costruita sulla libertà individuale. Con relative garanzie.

Capita così, ad esempio, che il governo che ha (giustamente) impostato una riforma nella quale la magistratura requirente è libera di accusare – ma stando esattamente sullo stesso piano della difesa ed entrambe lontane dal giudicante – sia però presieduto da chi poi va a visitare un poliziotto aggredito e ferito in piazza e pretenda di stabilire per quale reato non solo debbano essere perseguiti gli aggressori ma pure a quali misure cautelari è bene sottoporli tutti, senza distinzione di ruoli. Governante, accusatrice e giudice in un colpo solo. Orrore! Ma quella è la cultura dello Stato che viene prima del cittadino. È inutile ed esagerato appellarla affibbiandole l’etichetta del ventennio mussoliniano, perché a Mosca la pensavano allo stesso modo lo zar e Stalin e ora la pensa allo stesso modo Putin.

Il ministro della Giustizia è sì un liberale d’antica tradizione, ma anche un apolide disperso. La politica non è un simposio e ha le sue regole, la prima delle quali è che si devono avere buone idee ma anche la forza di farle valere. E il ministro ha solo sé stesso. Ecco perché ha scritto tre libri per spiegare le ragioni per cui è un errore puntare ad aumentare i reati e le pene e si è ritrovato ad amministrare il contrario. Nel quarto libro (giustamente) difende la riforma, ma non gli è riuscito il travaso di cultura garantista. Non che non ce ne fosse nel suo otre, è che quelli altrui erano ancora tappati dal turacciolo che per una vita hanno schiacciato. Non è un problema di destra o sinistra ma di modello culturale e, come la campagna referendaria sta dimostrando, quello di chi ha (opportunamente) approvato la riforma Nordio è ben diverso dal senso della riforma stessa.

A far campagna per la separazione delle carriere si trova anche chi fece fortuna in Procura, provando poi la carriera politica, il tutto vantando la subordinazione del giudice alle proprie pretese e maturando una fama giustizialista che ora viene utilizzata per una battaglia garantista. Fantastico.

Così, pressata dalle (false) accuse di volere subordinare i magistrati alla politica, la destra reagisce negando e alla prima sentenza od ordinanza che ne contraddice l’operato (in altri campi) lancia l’accusa della “sentenza politica”. È la favola dello scorpione che non sa nuotare e che sta sulla rana cieca: sostiene razionalmente che non la ucciderà per non morire, ma poi la punge perché quella è la sua cieca natura.

Davide Giacalone, La Ragione 18 febbraio 2026

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