Fra poco terminerà l’orgia di scambisti referendari. Uno spettacolo orrido, quasi sempre fuori tema. Avrebbe dovuto essere l’occasione per un confronto trasversale fra giustizialisti e garantisti, invece è stato uno scontro fra giustizialisti mozzorecchi di destra e i loro omologhi di sinistra. Quando riaccenderanno la luce s’accorgeranno di non essersi scambiati i partner, ma i sessi.
L’impostazione culturale avrebbe potuto essere limpida: da una parte il sistema inquisitorio, che può comprendere l’unità delle carriere e privilegia la difesa dello Stato e della sua legalità; dall’altra il sistema accusatorio, che esclude ogni possibile unità delle carriere e privilegia la difesa dei diritti individuali. Non è abominevole essere per l’uno o per l’altro, è grottesco essere per l’uno con le motivazioni dell’altro. La divisione politica era anch’essa trasparente: da una parte chi aveva generato la riforma Vassalli (1988) e aveva poi votato la riforma dell’articolo 111 della Costituzione (1999), sicché è coerentemente a favore della separazione delle carriere; dall’altra chi oggi approva la separazione delle carriere, ma ieri ha votato contro la riforma Cartabia (2022). I primi avrebbero potuto fare osservare ai secondi che hanno dovuto riconoscere d’avere avuto torto; i secondi avrebbero potuto osservare che i primi non erano stati capaci di fare quel che loro hanno concluso. Un dibattito civile, in cui ci stavano anche le esagerazioni polemiche e le battute a effetto.
Se non fosse che, da una parte e dall’altra, s’è cercato il consenso aizzando il peggiore giustizialismo, salvo dividersi i reati: per la destra si devono sbattere in galera immigrati irregolari, spacciatori e violenti di piazza; per la sinistra ci vogliono più politici (auguri) e colletti bianchi dietro le sbarre. Ma tale scempio non ha nulla a che vedere con la riforma. Aveva ragione Alessandro Manzoni, che vedeva italiani privi di senso del diritto e il buon senso nascondersi per paura del senso comune.
Gli stessi che propongono di reprimere la violenza giovanile, accanto a quelli che propongono di comprenderla e ricondurla alla convivenza, si sono prodotti in un linguaggio tanto privo di cultura e di realtà quanto violento. Chi tirava in ballo plotoni d’esecuzione e chi riteneva indagati e imputati pari ai mafiosi (entrambi magistrati, il che già di per sé dovrebbe indurre alla disperazione), in aperta violazione del diritto, in un attacco triviale agli equilibri istituzionali ma con la pretesa di attribuire solo all’altra parte il desiderio di un sostanziale colpo di Stato. E poi si lamentano degli adolescenti? Il problema sono questi vecchi senza maturità e controllo del linguaggio. Pessimi esempi, generosamente offerti.
Nell’orgia le parole degli uni, dette ieri, sono finite in bocca agli altri, che le declamano oggi. Mentre le battaglie di una parte sono divenute le guerre dell’altra. Il tenore ha intonato il canto della soprano e quella ha provato a far la voce del basso. Tutto pur di fuggire alla coerenza, che avrebbe costretto la sinistra di oggi a un voto favorevole per una riforma fatta dalla destra e la destra di oggi a riconoscere di avere fatto una riforma figlia della cultura di sinistra.
Gianni Agnelli sosteneva che per fare le cose di destra bisognasse portare al governo la sinistra, la realtà è che a forza di furbesco cinismo la vita pubblica e istituzionale si è putrefatta in tifoserie non solo a prescindere, ma a dispetto dei contenuti.
Se ascolti le propagande del Sì ti viene voglia di votare No, se ascolti quelle del No fremi per votare Sì. L’unica è cercare in sé stessi la forza di non lasciare che la sinistra sia la pozza in cui far sguazzare i forcaioli e non lasciare che la destra sia la marana in cui i propri forcaioli possano corrompere una legge reclamata e ancora oggi difesa dalla sparuta pattuglia della cultura giuridica liberaldemocratica. Battuta quella, la giustizia sarà abbandonata alla ferocia autodistruttiva delle toghe contro le toghe.
Davide Giacalone, La Ragione 19 marzo 2026
