Politica

Rilancio

Pile di fiches da poker di diversi colori con la scritta “Rilancio”, metafora della necessità di cambiare strategia politica e istituzionale dopo il referendum.

Mollare o rilanciare. Mollare è la cosa più facile, ma lascia tutti prigionieri di una contrapposizione alimentata agitando falsi e raggiri. Rilanciare richiede coraggio e si può farlo solo cambiando completamente il contesto nel quale inserire le riforme, sganciandole dalla competizione elettorale per la formazione dei governi. Dopo il referendum è tutto un fiorire di buone intenzioni, di inviti e disponibilità al dialogo, ma si tratta di ulteriori falsi, alimentati dal senso di colpa (da ambo le parti). In questa legislatura non si faranno più riforme costituzionali e neanche istituzionali, né si parlerà più seriamente di giustizia. Eppure una cosa si può fare. E sarebbe grandiosa.

Devono essersi persi un quarto di secolo di storia nazionale i pensosi commentatori secondo cui la Costituzione dev’essere cambiata solo in modo condiviso, posto che sia la destra che la sinistra hanno usato il metodo opposto. A cominciare dal 2001 e dalla disastrosa riforma delle autonomie locali (Titolo V). La sola riforma condivisa è stata anche una delle peggiori: il taglio del numero dei parlamentari. Non solo andava in senso opposto a quel che scrissero i Costituenti (i quali pensarono a un meccanismo per cui quel numero sarebbe potuto aumentare), ma unì nella viltà di non sapere opporre nulla al populismo demagogico pentastellato. La politica si unì nel votare contro la politica (mirabile il Pd, che votò prima contro e poi a favore, a seconda che si trovasse all’opposizione o al governo). Gli elettori si unirono nell’acclamare.

Finché si andrà avanti a tenere in vita un bipolarismo già morto non si faranno riforme che vadano oltre il marginale. Si faranno migliaia di norme, ma saranno minuzie che non cambiano niente. Eppure è evidente a tutti – ma veramente a tutti (che ragionino e conoscano quello di cui parlano) – che alcuni meccanismi vanno rivisti. Per molti aspetti si può procedere con legge ordinaria, ma per altri si deve mettere mano alla Costituzione (specie nelle parti in cui vi si mise mano pasticciando). La conferma la trovate nei procedimenti pendenti davanti alla Corte costituzionale, affollata di conflitti d’attribuzione che sono il segno di regole bislacche. La conferma la trovate nel sistema sanitario e in quello scolastico, dove le disparità territoriali fioriscono all’ombra di un regionalismo mal concepito e peggio realizzato. Nulla di tutto questo sarà mai cambiato, non solo nella giustizia, se si procede nel modo utilizzato fin da quello sfortunato 2001. E allora?

Allora, se non ci si rassegna a mollare, occorre che il rilancio sia costruito in modo da potere avere uno sbocco produttivo. E si può fare ora, in questa legislatura e all’indomani del referendum in cui l’orgia scambista ha generato mostri: si legiferi in modo che alla prossima scadenza elettorale (prevista per l’anno a venire) si voti sì per il rinnovo del Parlamento, ma anche per la nomina di una Assemblea Ricostituente, eletta con metodo proporzionale e che scada nel giro di un anno, i cui eletti non potranno poi candidarsi alle elezioni politiche. Un anno era anche il tempo dell’Assemblea Costituente (la cui durata fu prorogata di sei mesi, ma allora aveva anche il ruolo legislativo e doveva dare vita al governo, che cambiò nel corso dei lavori). Questa avrebbe il solo compito di approntare un testo, come fece allora la Commissione dei 75 presieduta da Meuccio Ruini.

In quell’ambito sarebbe possibile parlare seriamente, confrontando idee diverse (neanche la Costituzione fu approvata in modo unanime, ma a larga maggioranza) e ricercando compromessi che risultino coerenti con un disegno d’insieme. Poi, ultimato il lavoro, varrà l’articolo 138 sulle revisioni costituzionali, con eventuale passaggio alle urne.

Se qualcuno, che sia stato da una parte o dall’altra, ha capito la lezione referendaria saprà cercare fra i colleghi dell’altra sponda le convergenze che servono per sfuggire al frullatore che riduce in poltiglia non gli uni o gli altri, ma la politica tutta.

Davide Giacalone, La Ragione 26 marzo 2026

Condividi questo articolo