Politica

Chiusa

Chiusa
Va in scena il secondo incontro Usa-Iran, dopo il fallimento del primo, ma la scena è illogicamente capovolta: dovrebbero essere gli iraniani – travolti dalle devastazioni e minacciati d’essere annientati – a chiedere di negoziare; invece sono gli americani che, continuando a dire che sono pronti a distruggere tutto, intimano loro di trattare. Non bastasse questo, lo fanno pubblicamente. Vorrebbero una scena come se fosse un normale congresso internazionale: loro che arrivano in una selva di telecamere, il vicepresidente alza il pollice e dopo un paio d’ore danno le pagelle agli iraniani. Agendo in questo modo bruciano gli eventuali contatti all’interno del regime, non riescono a inserirsi nelle divisioni fra gli iraniani e manifestano una fretta d’andare via che diventa un punto di forza per l’orrida teocrazia, che ne approfitta.
Così Trump annuncia che gli iraniani sospenderanno il programma nucleare e quelli – pochi minuti dopo – smentiscono e rilanciano, affermando che è un loro diritto portarlo avanti. Gli iraniani riaprono lo Stretto facendo passare la tregua in Libano come un loro successo, gli americani ribadiscono il loro blocco e il Golfo si richiude da ambo le parti. In quelle acque nessuno è in grado di controllare tutto, ma chi mette in pericolo il passaggio parte in vantaggio rispetto a chi voglia favorirlo.
La trattativa fatta a colpi di messaggi pubblici e minacce si dimostra una trappola per gli americani, ma loro si dimostrano incapaci di intavolarne una con un qualche crisma diplomatico (e di riservatezza) in più. Trump sta disperatamente cercando il momento e la circostanza in cui potrà annunciare il ritiro a seguito di una vittoria fantastica, geniale, come mai se ne erano viste nella storia e in quella disperazione s’accontenta di sempre meno, ma proprio per questo quel meno gli viene negato. Così procedendo non fa che rafforzare l’ala iraniana più intransigente.
La guerra va chiusa e la navigazione riaperta, ma le cose si sono messe in modo tale che per la Casa Bianca sarà dura far credere di non essere stata piegata (difatti già sono partiti con la diffusione di falsi propagandistici). Perché sia veramente chiusa si finirà con il concedere un ruolo importante alla Cina, che con il minimo sforzo otterrà il massimo risultato. Quando questa storia sarà possibile raccontarla al passato non sarà facile spiegare come si sia giunti a questo punto.
Il che ci porta a casa nostra, europea e italiana. Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha ragione a sostenere che la decisione – presa con i Volenterosi (Francia, Germania, Uk) – di andare nel Golfo dopo che sarà raggiunta la pace va adottata senza aspettare alcun mandato dell’Onu e che, quindi, l’opposizione sbaglia a subordinare a quello il suo consenso. Ha ragione perché il valore di quella decisione sta proprio nel prenderla, così dimostrandosi interlocutori affidabili nei confronti degli Stati petroliferi del Golfo, che degli americani oggi pensano il peggio. Ma Crosetto deve riconoscere che quella subordinazione che oggi condanna è esattamente la stessa che avevano lui e il governo. La decisione di predisporre una forza d’interposizione da inviare in Ucraina dopo la pace aveva senso perché la si prendeva, mentre subordinarla al mandato dell’Onu – quindi al consenso della Russia – era un errore. Come noi sostenevamo e come ora sostiene anche lui. Ma quando si cambia posizione non basta chiedere agli altri (in questo caso all’opposizione) di unirsi: si deve spiegare l’errore di ieri e indicare il significato di oggi. Altrimenti semplifica la vita a chi – come Conte dall’opposizione – non ci pensa nemmeno e dice oggi, pari pari, quel che diceva il governo ieri.
La politica estera e interna consiste non soltanto nell’esibirsi e parlare, ma anche nel costruire il consenso popolare e parlamentare. Non è sincera e trasparente solo perché non si tiene un cecio in bocca, in quanto così diventa inutile e invisibile. Poi il sipario più che calare cade, segnando una chiusa ingloriosa.
Davide Giacalone, La Ragione 21 aprile 2024
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