Politica

Sf(i)orati

Illustrazione di una ruota che produce fumo accanto alla scritta “Sfiorati”, a simboleggiare il rischio ignorato o appena sfiorato

Più che il dato, preoccupano le reazioni. Che il deficit 2025 si sarebbe attestato al 3,1% lo sappiamo da settimane e non da ore. Sarebbe stato bello anticipare l’uscita dalla procedura europea d’infrazione, ma le conseguenze non sarebbero state trionfali come ora non sono tombali: il nostro debito pubblico resta il secondo europeo (in rapporto al Prodotto interno lordo) e s’avvia a essere il primo. Cresciamo meno degli altri europei, pur vivendo nello stesso mondo, con le stesse regole, ma avendo noi avuto molti più soldi dai fondi Next Generation Eu. Possiamo ripetercelo ogni giorno e non sarebbe inutile, mentre è impressionante il modo in cui si è reagito alla non notizia del 3,1%.

Il problema non è il termometro, ma la temperatura corporea. Pensare di rimediare al troppo indebitato strappando il diritto di contrarre nuovi debiti è come pensare di far scendere la febbre alta andando a correre nudi sulla neve: in effetti si perde calore, ma è probabile si perda anche la vita.

Le questioni da risolvere si trovano dentro i nostri confini, non fuori. E invece s’è levato il solito coro querulo: «Che fa l’Europa?». Sembrano quelli che accendono un falò al centro del salotto e, con fare severo e di rimprovero, si chiedono: «Che fanno i pompieri?». Quasi quasi, in queste condizioni, è meglio che non si abbia avuta la fortuna di centrare il 3%, perché c’è da dubitare che poi si sarebbe potuta tenere l’onda dell’incoscienza spendarola. E, a ben vedere, è ragionevole leggere in questo modo le parole del ministro dell’Economia, che anziché sdrammatizzare drammatizza. Comprensibile, visto che avrà letto anche lui le pressioni affinché quello 0,1% in più venisse corretto d’imperio, prendendosela con il termometro. La via greca alla bancarotta, che passa per la falsificazione dei dati.

Per questo fa impressione leggere il confindustriale “Sole 24 Ore”: prima definisce «esodati» quelli che hanno presentato in ritardo la domanda per Industria 5.0; poi sostiene che senza più spesa e debito pubblico le imprese italiane sono fuori mercato; ergo parla di un «pressing per modifiche con il decreto fiscale» di regole e scadenza per la presentazione della quinta – dicasi quinta – rottamazione delle cartelle esattoriali non pagate, giacché le domande sono poche. Un mondo drogato da bonus, ristori ed evasione fiscale. Sul serio è questa l’idea che si ha di noi stessi?

Le domande sono poche perché al quinto condono hanno capito tutti che arriverà il sesto e meno aderiscono al quinto, più sarà favorevole il sesto. Benché non si sappia come possa essere più conveniente che pagare anni dopo e senza sanzioni, interessi e aggio: solo le spese di notifica. Che ci si mette nel decreto fiscale, lo sconto anche del capitale? E come si può cambiare una cosa a poche ore dalla scadenza, se non prorogando la scadenza? Questa è la roba che ci uccide: regole fatte a piffero che si cambiano in corsa e che poi si ricondoneranno. Fesso chi ha pagato tutto e in tempo.

È passata quasi inosservata una notizia che già di suo è istruttiva ed esilarante: nel 2024 si vara la riforma del Codice della strada, stabilendo l’obbligo immediato di portare il casco sul monopattino, di avere la targa e l’assicurazione; nel 2026 non so se avete visto un casco (io no), non c’è una targa e per l’assicurazione è previsto uno slittamento. Il problema non sono soltanto i monopattini, per i quali non esistono marciapiedi, sensi vietati, aree pedonali e che vengono abbandonati ovunque: il problema è che nessuno ha creduto a quello che è stato messo nella legge.

Che c’entra con il deficit al 3,1%? Moltissimo, perché lo statalismo antistatale italiano chiede d’essere sostenuto nel mentre accampa il diritto di considerare inutili se non oltraggiose le regole. Questuare e frignare, cercando qualcuno o qualcosa di estraneo cui attribuire la responsabilità dei propri fallimenti e di quelli collettivi. I conti li abbiamo sforati noi, ma fa impressione che non si sia sfiorati dall’idea che sempre noi si debba rimediare.

Davide Giacalone, La Ragione 24 aprile 2026

Condividi questo articolo