Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha ragione: «Un Paese indebitato non è libero». Un Paese molto indebitato è molto poco libero. L’Italia è il Paese più indebitato dell’Unione Europea. Non si capisce come se ne possa dedurre che indebitandosi ancora di più si possa camminare verso la libertà: si camminerà verso la cancellazione della libertà e della sovranità. Eppure la maggioranza del governo di cui Giorgetti fa parte – sotto la spinta della Lega di cui lui stesso è storico esponente – ha voluto inserire nella risoluzione parlamentare che approva il Documento di finanza pubblica (Dfp) un riferimento alla possibilità di «attivare clausole di salvaguardia attivando al contempo interlocuzioni presso l’Unione Europea volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione». L’italiano zoppicante è il riflesso di un pensiero claudicante.
Nella sua inconcludenza quel passaggio ha solo un significato politico: se non potremo spendere di più, allargando il debito che ci rende prigionieri, sarà perché ce lo impediranno e non perché noi non lo si voglia. Ulisse non avrebbe saputo spiegarlo meglio, mettendo la cera nelle orecchie della ciurma nel mentre andavano incontro al canto suadente delle sirene, attentatrici al senno di ciascuno e collettivo.
Il Patto di stabilità e crescita è stato riformato due anni fa, con il pieno consenso dell’attuale governo. Che anzi lo rivendicò, più che altro a sproposito, come un proprio merito. Eppure si sono ascoltate voci, dal governo e dalla maggioranza, richiedenti l’uscita da quel Patto. Trattasi di corbelleria, ma bastevole a dimostrare che non si può riporre fiducia in chi firma un documento e si propone di tradirlo. In ogni caso: uscire dal Patto è fuori discussione e anche fuori dalla realtà. Quel passaggio della risoluzione, difatti, s’attorciglia attorno all’idea che si debba derogare, ma in accordo con la Commissione europea. Anche questo ha un significato: il testo del Patto prevede la possibilità dei discostamenti (oggi sono 10 i Paesi in procedura d’infrazione), ma il governo comprende bene che derogare per incapacità di rispettare gli impegni significa cancellare il più importante – se non il solo – merito del governo stesso: avere tenuto in ordine i conti. Prendersela con l’Istat, se non tornano, è come prendersela con il termometro. Lo si può rompere o corrompere ficcandolo nel ghiaccio ma questo aiuta a crepare, non a guarire.
Sapendolo, il governo chiede dunque una cosa diversa: sospendiamo il Patto per tutti. Ciò è doppiamente stolto, perché la conseguenza sarebbe una crescita dei tassi d’interesse e i nostri aumenterebbero più di tutti gli altri, come già sono i più alti nell’area dell’euro. In altre parole saremmo quelli che ci rimetterebbero di più e potrebbero accendere debito incrementale meno di altri. Autolesionismo che nasconde la disperazione.
Si sente dire che la Commissione (che non ha certo bisogno che qualcuno l’avverta dei pericoli in atto, visto che lancia allarmi quotidiani) commette un errore ritenendo che la situazione non sia ancora abbastanza grave, perché è vero che è ancora prevista la crescita e quindi non c’è recessione, ma questo non è un buon motivo per rinunciare alla cura e allentare i vincoli per prevenire il peggio. Tesi ottusa, che dovrebbe confrontarsi con il buon senso sanitario, dato che è come dire che se senti un raschiamento in gola, benché non ci siano febbre e infezione, è meglio prendere subito l’antibiotico per evitare che arrivino: qualsiasi medico che non sia incapace dirà che così non si fa che creare resistenza agli antibiotici e che prenderli quando non c’è bisogno porterà a depotenziarli quando ce ne sarà bisogno. Il debito fatto senza necessità è come l’antibiotico senza infezione: quando ci sarà bisogno di sostenere l’economia non se ne potrà fare perché se ne ha già troppo, nel frattempo ci si sarà debilitati per pagarne il costo.
Quella risoluzione o è lettera morta o è un attacco alla libertà dell’Italia.
Davide Giacalone, La Ragione 1 maggio 2026
