Politica

Sdaziante

Il cappello a stelle e strisce di Trump e i dazi che scuotono l’ordine americano

La faccenda dei dazi trumpiani presenta due lati, uno rassicurante e l’altro sfibrante, a suo modo sdaziante. Il lato positivo è che lo Stato di diritto (rule of law) – la subordinazione di tutti alla legge, che può essere cambiata ma va rispettata – resiste alle intemerate di chi crede che l’essere stati votati comporti la presa assoluta del potere. Invece nello Stato di diritto non esiste alcun potere assoluto, neanche in capo al popolo (la cui sovranità, come scritto nel primo articolo della nostra Costituzione, va esercitata «nei limiti» della legalità costituzionale ed è esclusa nell’ultimo articolo, il 139, circa la modifica della forma repubblicana). Senza Stato di diritto non esiste libertà e non può esistere la democrazia. Questo pilastro regge.

La Corte suprema Usa (in qualche modo omologa alla nostra Corte costituzionale) aveva già bocciato i dazi di Trump il 20 febbraio scorso. Aveva stabilito che la norma invocata dalla Casa Bianca non gli consentiva affatto di prendere quelle decisioni, che pertanto erano illegittime e da cancellare. Alla Corte suprema si era giunti perché in quel senso aveva già sentenziato la Corte (federale) del commercio internazionale, ma Trump aveva fatto ricorso. Gli andò male, ma non si arrese: i dazi sono stati subito riattivati cambiando riferimenti legislativi. Ieri la Corte del commercio è tornata a dargli torto: anche il nuovo appiglio è illegittimo. Vedremo se ci sarà, come probabile, un nuovo ricorso alla Corte suprema. Fin qui si dimostra che lo Stato di diritto regge e che vi soccombe anche una presidenza i cui poteri venivano definiti “imperiali” già negli anni Sessanta. Rassicurante. Ciò non toglie che adesso ballano 166 miliardi di dollari che l’amministrazione Usa dovrebbe restituire alle aziende importatrici, senza contare gli interessi degli stranieri che esportano negli Usa.

Avere descritto Trump come il titolare di uno strapotere è stato un abbaglio fumettistico. Si sta comportando da demolitore del potere americano, sia all’interno che all’esterno. È capace di seminare il caos, ma quel caos non è il trionfo, bensì la liquidazione dell’ordine americano. Il che nuoce non soltanto agli Usa ma all’intero mondo che in quell’alleanza aveva trovato le condizioni per la protezione della libertà e la promozione della prosperità. Noi compresi, naturalmente.

Ciò richiede serietà e discernimento politico. Parliamoci chiaramente: è bello che il segretario di Stato americano Rubio vada in Vaticano e poi (ieri) incontri i nostri governanti, ma la fotografia sbiadisce in fretta e i sorrisi s’ammosciano perché lui non è il titolare della politica estera: è soltanto il cucitore di pezze che con coprono gli strappi trumpiani. Lui non ha né la statura culturale né la forza politica di fermare il presidente o rimediare ai suoi errori. Ovvio che chi governa fa bene a incontrarlo, ma farebbe male a credere d’avere incontrato qualcuno.

Come sarebbe un errore ancora più grave pensare – o sperare che gli altri pensino – che tutto questo lo si deve alla tempesta che agita la mente di Trump, perché era tutto non solo prevedibile ma annunciato. L’idea che si possa allentare l’ordine globale, costruito con il multilateralismo e certamente pieno di lacune e fallimenti, per ottenere altro che scontri commerciali e guerre è una pura illusione. Il nazionalismo di questo millennio (denominato sovranismo) non marcia in divisa, ma calpesta ugualmente le condizioni della libertà e della creazione di ricchezza.

Con questa roba ciascun Paese europeo e ciascuna figura o parte politica deve fare i conti. Non serve a nulla detestare (meno ancora ruffianeggiare): si deve agire contro una visione mistica della sovranità che ci aggredisce dall’esterno e ci rode dall’interno. I sondaggi che vedono le forze antisistema crescere devono spingere non a inseguirle ma a consolidare subito quel che c’è dello Stato di diritto europeo, per potere resistere anche nei giorni dell’infamia.

Rimandarlo a dopo le elezioni è come rimandare le cure a dopo le esequie.

Davide Giacalone, La Ragione 9 maggio 2026

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