Ci si potrebbe felicitare per la consonanza di vedute fra il governo e Confindustria, sebbene sulla posizione classica dell’europeismo antieuropeista: ce ne vorrebbe di più e di meglio, ma non va bene quello che c’è. Preoccupa che sia nata più per giustificare una sconfitta che per propiziare una vittoria. Che sia frutto dell’inutile arte di scaricare altrove colpe che sono proprie. Possono infastidire alcune falsità, ma impressiona la ragione per cui vengono diffuse.
L’Unione Europea è un sistema di diritto che ricomprende 27 democrazie e in cui altre chiedono di entrare. Per sua natura è felicemente imperfetta e tale rimarrà. Sono i sistemi assolutistici a pretendersi perfetti, salvo crollare nella miseria e nel liberticidio. Che si critichi questa o quella scelta dell’Ue è del tutto normale, così come capita quando si criticano le politiche di un governo in una democrazia, senza mettere in dubbio la democrazia e lo Stato di diritto. Cosa molto diversa è provare a tenere il piede in due scarpe, sostenendo con una di camminare verso più europeismo e con l’altra prendendo a calci l’europeismo realizzato.
Entriamo nel merito, perché è quello che conta. Se Confindustria dice che occorre più debito comune europeo si colloca nella linea dettagliatamente ed efficacemente illustrata da Mario Draghi. Il quale, però, è per la cancellazione del diritto di veto sulle materie non conferite all’Ue, quindi per allargare i temi della convergenza. Il governo è favorevole a che la Commissione europea consenta più indebitamento nazionale, senza per questo contestare l’infrazione dei trattati, inoltre è contrario alla cancellazione del diritto di veto. Non sono due posizioni diverse e convergenti, sono due idee opposte e inconciliabili. Il debito europeo non potrà mai essere il rimedio collettivo ai troppi debiti nazionali, perché questo è e sarà contro l’interesse di chi ha debiti non esagerati. Ci si limiterebbe a spostare lo squilibrio. C’è la prova della fraudolenza: Confindustria si guarda bene dal ricordare al governo che uno degli ostacoli al maggiore debito comune è proprio l’Italia, unico Paese a non avere ratificato la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Omettendolo rende falso il contesto del convergere.
Senza dimenticare che il debito comune esiste già e ha dato luogo ai fondi di cui l’Italia è il principale beneficiario, alimentando il Pnrr. Singolare che quella grande occasione, peraltro ancora in corso, sia scomparsa dai radar di chi dovrebbe avere a cuore gli investimenti per l’innovazione. Mentre non è singolare, ma imbarazzante che si chiami <<burocrazia europea>> la pretesa di controllare come vengono impiegati soldi garantiti da tutti i contribuenti europei.
Altra questione pratica e concreta: in Italia l’energia costa il 40% in più che nella media europea, considerato che a far la media ci siamo anche noi ne discende che da noi costa un botto più che altrove, nuocendo alla capacità competitiva delle aziende e impoverendo le famiglie. Costa molto di più a causa delle scelte scellerate fatte in Italia e, anche, per la perdurante protezione delle rendite improduttive, sia nella generazione che nelle reti. Possibile che, in queste condizioni, si provi a far credere che la politica energetica sbagliata sia quella europea? Che è ben criticabile, ma non certo per dedurne che si debbano prendere i soldi europei per compensare (dicono “aiutare”) imprese e famiglie, senza modificare di un accidenti il mercato interno che produce il danno. Quei soldi sarebbero dilapidati, usati per sopravvivere ai propri errori senza correggerli.
Così come gli italiani sono statalisti antistatali, convinti che lo Stato della provvedere a loro nel mentre ne disprezzano le regole, così molti sono europeisti antieuropei: vogliono federalizzare quel che serve a nascondere i nostri errori -dal debito all’energia- senza federalizzare il potere di decidere e controllare, così conservando quegli errori. Una convergenza nell’inutile nascondersi.
Davide Giacalone, La Ragione 28 maggio 2026
