Il quotidiano “La Ragione” è nato cinque anni fa, l’impegno preso con noi stessi aveva una scadenza di cinque anni. Che oggi si compiono. L’obiettivo era quello di dare voce a una lettura diversa delle cose italiane e del mondo, ricordando che viviamo – come europei – in condizioni di ricchezza, libertà, salute e longevità sconosciute nel passato. Siamo l’area in cui tutti vorrebbero venire a vivere: i più poveri per partecipare della prosperità, i più ricchi per partecipare di un ambiente e di uno stile di vita sconosciuti altrove.
Sono cose preziose, di cui non serve compiacersi. Non soltanto perché anche noi siamo alle prese con molti squilibri, arretratezze e paure, ma perché la libertà e la ricchezza non sono diritti di nascita ma valori che vanno difesi e alimentati di continuo. Valori che non possono mai stare fermi, pena l’arretrare. Il nostro non è un mondo perfetto e la sua imperfezione è vitale. Siamo inoltre circondati da realtà che pensano di potere puntare alla perfezione e per questo, come tutti i sistemi misticamente dispotici, sono pericolose per l’umanità.
La nostra è una voce europeista, per scelta non ideologica ma di razionalità e convenienza. Noi europei siamo i soli a escludere anche la lontana possibilità d’impugnare le armi per conquistare altri popoli e altre terre, ma dobbiamo anche evitare di trovarci a essere i soli convinti che la libertà e la ricchezza possano crescere senza essere difese e senza avere le armi per impedire a chi vive nella miseria morale di aggredirci. Come la Russia ha fatto con l’Ucraina.
Noi non siamo liberi perché siamo ricchi, siamo ricchi perché siamo liberi. Al nostro interno abbiamo sempre avuto forze e voci che ammirano le dittature e detestano le democrazie, descritte come molli e incapaci di affermare i propri interessi. Eppure noi siamo progrediti, mentre gli ammiratori dei dispotismi ne hanno visto e vedranno il crollo. La libertà porta con sé la responsabilità e comporta la consapevolezza dell’imperfezione, che è il presupposto di chi cerca nel futuro una condizione migliore. Mentre gli estimatori dei dispotismi cercano nel passato quel che era falso anche in quel tempo mitizzato.
Le nostre ultime pagine del sabato (ora raccolte nel libro Unità Libertà Repubblica, edito da Rubbettino) hanno provato a recuperare la memoria di donne e uomini del nostro passato reale e migliore. Quello di cui essere consapevoli e orgogliosi. L’Italia ha nella sua storia la sua stessa falsificazione, con la pretesa di superare i conflitti nascondendoli e coprendoli di retorica. Questo costituisce un elemento di debolezza, lasciandoci oscillare fra la prosopopea della potenza e la lagna del vittimismo.
In questi cinque anni ci siamo molto impegnati, ma anche divertiti. Specie quando da destra ci hanno considerato sicuramente di sinistra e da sinistra sicuramente di destra: la conferma che stavamo procedendo senza nulla concedere alle tifoserie.
Oggi cessano le nostre pubblicazioni su carta, ma non è un addio: è un arrivederci. Continueremo a parlare a quanti vorranno ascoltare, senza cambiare in nulla la nostra lettura dei fatti e la pervicace convinzione che si debbano anche esporre idee e proposte per potere cambiare il presente e guardare al futuro con la fiducia che il tempo migliore sia quello non ancora vissuto, quello da costruire.
Il modello della carta stampata è in crisi ovunque e lo è anche in Italia. Chiudono le edicole (ed è un male per le città) o si trasformano in punti vendita di prodotti diversi. Non soltanto i costi sono elevati (noi non abbiamo mai voluto prendere un centesimo di contributi pubblici), ma il sistema in sé è in perdita di lettori e quattrini. Eppure non si deve fare a meno dei quotidiani.
Saremo attivi online, sapendo che si tratta di un mondo affollato e ancora da valorizzare. Le notizie non vanno solo date, vanno anche capite e per farlo non potranno mai bastare i singulti sincopati delle poche righe digitali. Quel mondo in cui basta una voce per attaccare furiosamente, un grido per disprezzare e manca lo spazio per creare un comune sentire costruttivo. Non è colpa del digitale in sé, che è una grande opportunità e ha un sicuro futuro. È colpa dell’avere lasciato che in quel mercato si affermassero pochi monopolisti irresponsabili e ricchissimi, mentre l’Unione Europea viene attaccata perché chiede la trasparenza del meccanismo interno che determina la profilazione di ciascuno e il privilegio di certe voci su altre: il celebre algoritmo. S’è sostenuto che sarebbe contro la libertà di parola imporre nel digitale la responsabilità che da sempre vale per gli altri mezzi di comunicazione. È invece contro la libertà lasciare che si vada avanti nell’opacità, nell’anonimato e nella concentrazione monopolistica.
Si chiude questa nostra finestra, nel mentre spalanchiamo tutte le altre. Arrivederci.
Davide Giacalone, La Ragione 2 giugno 2026
