Colpevoli & vincenti

Gli occidentali contro se stessi

giacalone colpevoli & vincenti

Viviamo nell’area più ricca, libera, sana e longeva del mondo. Eppure non si sente che parlare delle colpe occidentali, del declino, della soccombenza, della debolezza, della povertà e così andando con difetti e drammi. Che non mancano, perché le cose peggiori prodotte dalla storia sono quelle che pensano d’essere perfette. Mentre noi siamo orgogliosamente imperfetti. Ma c’è una radice profonda, in quell’antioccidentalismo degli occidentali, e va cercata nella paura della libertà, che comporta sempre una collettiva e personale responsabilità. Molti orfani delle ideologie novecentesche non apprezzano la libertà di sognare e realizzare, ma tremano alla mancanza delle false certezze. Senza le quali si vive assai meglio.

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Editore: Rubbettino

Anche se Allah non vuole

giacalone allah

Un’abitazione signorile, interno, notte. La tranquillità di una famiglia “normale” viene travolta dall’irrompere delle forze dell’ordine e dall’arresto del figlio diciannovenne, accusato di collaborare con gruppi terroristici islamici. Una realtà che credevano fosse lontana. Nella quale precipitano le loro vite, il non detto fra genitori e figli, i furori giovanili, le idealità immaginate e quelle travisate, un passato che ancora brucia. Una miscela che vede esplodere diverse visioni del mondo e diversi modi di viverlo. Sarà del padre il tentativo di riaprire un dialogo con il figlio, accettando di rimettersi in discussione. Il solo modo di dipanare la matassa. Una storia che riguarda tanti, forse tutti, da vicino. Più di quel che riusciamo a immaginare. Un apologo sul nostro mondo, scritto da chi alla sua osservazione critica ha dedicato tanta attenzione.

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Addio mascherine

Certo che sono sgradevoli le pezze a coprire naso e bocca, ma sono pericolose quelle che coprono gli occhi, quelle che si rischia di ritrovarsi al sedere. Ci sono molte cose che un virus ha fatto emergere. Alcune positive, come il non demordere e il volontariato. Altre che ingigantiscono debolezze già presenti nel corpo e nella mente del nostro mondo. Significa poco dire “nulla sarà più come prima”, occorre intendersi in quale senso. Se per andare oltre, imparando dagli errori, o per sperare follemente di tornare indietro. Dall’integrazione alla globalizzazione quel che troppi danno per scontato è falso e autodistruttivo. “Addio mascherine” è quel che dice Pinocchio al Gatto e alla Volpe, rifiutando anche solo di parlarci. Lo hanno ingannato, lui ha capito ed è cambiato. Trovandosi ridicolo per come era prima, quando abboccava all’idea che i soldi si seminassero e generassero da soli. Sarebbe bene essere all’altezza di Pinocchio.

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Le ali all’Italia

In queste pagine si parte dalla realtà, con fatti e numeri, e si arriva alle ricette per cambiarla. Più che le divisioni politiche dovrebbe preoccupare l’uniformità di certi indirizzi. La scena è animata da spettacolari scontri, ma ribaltoni e incontri poi si realizzano perché la distanza è inferiore al chiasso delle zuffe. A scontrarsi e incontrarsi sono più le egolatrie che non le idee, producendo suggestioni destinate più a conservare che a risolvere i problemi, in una corsa cieca a fuggire dalla realtà. Dalla scuola alla giustizia, dalla sanità all’immigrazione, dalla demografia all’amministrazione, dall’ambiente al turismo, fino all’eterna arretratezza meridionale la stagnazione non è un destino, ma il frutto di quella fuga. Dell’ingannare e accudire anziché riprendere a correre. Uscirne si può. Occorre ragionare senza volere sempre solo affascinare con slogan. Se tanti sono presi in giro è perché vogliono essere presi in giro, sperando d’essere gli ultimi furbi a spartirsi quel che contribuiscono a distruggere. Essere e restituire LeAli all’Italia è possibile, concentrandosi su quel che può e deve essere fatto, non sull’ennesima favola ingannatrice e corruttrice.

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Arrivano i barbari

Sono arrivati, i barbari. Sono fra noi. Ma chi sono? L’imbarbarimento è stato lungamente incubato, anche da quanti oggi lo subiscono. Non è l’invasione di questo o quel Paese, ma un sentimento diffuso, capace di scuotere le democrazie occidentali. Nato al loro interno. Allevato da una falsa, ma continua e vincente rappresentazione della realtà. Concimato da risentimenti che ciascuno coltiva verso altri, dalla convinzione che a ciascuno sia stato tolto qualche cosa e si abbia diritto ad avere di più. Dalla certezza che peggio di così non si potrebbe andare, che è poi il modo migliore per finire male.
Troppo facile dire: i barbari sono questi o quelli. Invece le tracce d’imbarbarimento si vedono nella vita di ogni giorno, non solo nella sua rappresentazione collettiva o istituzionale. Nella convinzione che esistano diritti e non doveri. Che siano lecite le pretese e da scansarsi le responsabilità. Che sia possibile cercare il meglio senza riconoscere il bene e il benessere in cui si vive.
Pagine che faranno arrabbiare molti. Urticanti e fastidiose. Contro il vento luogocomunista, lontane dalla bubbola sovranista. Utili solo se aiuteranno a vederli, i barbari. Magari allo specchio.

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Ricostituente

La potenza commerciale e l'impotenza istituzionale

La Costituzione è stata riformata molte volte, ma gli ultimi due tentativi si sono risolti in disastri. Sia la destra che la sinistra, nel 2006 e nel 2016, hanno subìto la bocciatura del referendum confermativo. Vuol dire che agli italiani piace la Costituzione che c'è? No, perché la critica è continua. E allora? Due volte è stato bocciato il medesimo errore-orrore: usare l'articolo 138 non per riformare, ma per riscrivere (o far credere che si stesse riscrivendo) la Costituzione. L'autore parte da qui per mostrarci una raffigurazione spietata di meritati insuccessi, attraverso i quali leggere la realtà italiana che viviamo. Lustri sprecati appresso a pretesi bonapartismi in miniatura, i cui effetti si vedono non solo nel logoramento istituzionale, ma si contabilizzano in un debito patologico, una crescita alla metà della media europea e una disoccupazione al doppio. Mentre questo accadeva l'Italia guadagnava posizioni nei commerci mondiali. I numeri dei diversi settori sono esemplari, raccontando di una potenza. Cosa, allora, porta a saldi contabili tanto deludenti? L'Italia che si è aperta, per vocazione o costrizione, corre alla grande. Quella che s'è chiusa e protetta sprofonda. E la seconda non solo è pesante, ma anche politicamente più rappresentata. Questo è l'assurdo.

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Viva l’Europa viva

Europei si nacque. Europeisti si era. Antieuropeisti o euroscettici lo si è diventati. Europeisti lo eravamo per normalità, molto anche per retorica, certo. Antieuropeisti lo si è diventati dopo avere goduto dei benefici dell’integrazione, quando i molti errori commessi e l’affermarsi dei vincoli parametrali hanno consentito di operare la più fantastica delle falsificazioni: i conti dissestati, la spesa pubblica improduttiva, il debito stellare, la connessa demoniaca pressione fiscale, non erano più conseguenza delle scelte che si erano fatte, del diffondersi dell’assistenzialismo, delle reclamate elemosine di Stato, dei contrasti al dispiegarsi del libero mercato e della tenace difesa delle rendite di posizione, ma erano tutte colpe dell’Europa. Ciliegiona sulla torta: la viltà delle classi dirigenti, politica e non solo, che anziché assumersi il compito di richiamare alla ragionevolezza e all’ordine hanno provato a scaricare il peso delle cose dovute su un’entità astratta e prevalente: ce lo chiede l’Europa. C’è del buono, in questo percorso degenerativo, che buono non è. Una delle cose buone è che dirsi europeisti non è più lo scontato e indistinguibile luogo comune, praticabile in qualche adunanza domenicale o in qualche rituale celebrazione scolastica. Dirsi europeisti è diventato un problema, un’affermazione che desta reazioni vivaci. Taluni credono sia quasi segno di follia. E io sono un europeista.

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Sindrome calimero

L’Italia produttiva ha le capacità per correre e in effetti ci riesce, ma l’Italia nel suo insieme arranca, con tassi di crescita che si fermano alla metà dell’eurozona. Il Made in Italy è ammirato nel Mondo, ma chi lo fabbrica ha molti problemi in Italia. Se guardi l’Italia dall’esterno sembra impossibile che sia in crisi. Se la guardi dall’interno sembra impossibile che ancora si regga in piedi. Ad azzopparci concorrono squilibri territoriali, reddituali, amministrativi. Rimediabili, neanche con troppa difficoltà, a patto, però, di riconoscerli. Calimero non era diverso dagli altri pulcini. Semmai più vivace e sensibile. L’essersi inzaccherato lo escludeva, conducendolo a un vittimismo rassegnato e perdente. Ma la soluzione dei suoi problemi era semplice, bastava comprenderne la natura: tu non sei nero, sei solo sporco. Laviamola, l’Italia.

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Rimettiamo in moto l’Italia

L’Italia è un Paese solido. Il nostro debito pubblico era divenuto troppo alto, ma negli anni della crisi quello degli altri è cresciuto assai più del nostro. Abbiamo un patrimonio largamente superiore ai debiti, ponendoci a un livello di sicurezza che compete con la Germania, lasciando indietro tutti gli altri. Eppure il racconto pubblico è assai diverso, oscillando fra la geremiade e la rassegnazione. Il fatto è che non essere stati capaci di risolvere i nostri mali ci rende incapaci di riconoscere le nostre forze. Un corpo forte, l’Italia, grazie ai molti che continuano a correre per il mondo. Ma con un sistema nervoso vicino al tilt. È la nostra vita collettiva a dare il peggio. In politica, certo, ma non solo: c’è un deficit impressionante di classe dirigente. Così va a finire che si spezzano le ginocchia a chi corre e si protegge e consola chi s’accascia alla nascita, indebolendo tutti. Il libro contiene ricette specifiche. Alcune, dopo averle lette, sembreranno ovvie. Il problema non è che debbano essere complicate, per sembrare dotte, ma che non ci sia la forza di trasformarle in altrettanto ovvia realtà.

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Senza Paura

Siamo più ricchi, ma con la paura d’impoverirci. Viviamo in un mondo più aperto e libero, ma con la paura d’essere invasi. Ci siamo lasciati alle spalle la carneficina dei nazionalismi, ma timorosi di smarrire la sovranità. Dalla famiglia alla sessualità, dalle informazioni che ci arrivano all’ambientalismo, sembra che non sia consentita altra lettura che quella negativa e catastrofica. Penitenziale e colpevolista. La fine dei tempi paurosi ha fatto sorgere la paura del tempo che ci attende. Il tramonto delle ideologie ha fatto sorgere il vuoto delle idee. Eppure basta mettere il naso fuori dai luoghi comuni, dai buonismi privi di senso e dai cattivismi senza senno, per accorgersi che viviamo in un mondo migliore, con più opportunità. Basta guardare i numeri reali della nostra economia, per accorgersi che il declinismo è una superstizione. Basta considerare i fondamentalismi per accorgersi della superiorità della nostra civiltà. Le paure possono trasformarsi in rancori, desideri di rivalsa, voglia di vendette sociali. Sprofondandoci. A dissolverle non servono ottimismi di maniera, ma documentati e razionali elementi della realtà.

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