Economia

Abominio canonico

L’esistenza del canone Rai è abominevole in sé, contenendo anche una truffa semantica. Ogni volta che ci si mette mano, senza volerlo cancellare, non si fa che peggiorare lo sgorbio. L’aumento, deciso dal governo, è un errore motivato con degli orrori. Temo si sopravvaluti la distrazione natalizia degli italiani e il loro oblio circa le promesse elettorali.

Non è un “canone” e non è un “abbonamento”. E’ scandaloso che porti il nome della Rai, è inaccettabile che una società per azioni ne richieda la riscossione, insolentendo i cittadini. Si tratta di una tassa. Adesso aumenta, dicono al governo, seguendo l’andazzo dell’inflazione programmata. Fatemi capire: si è combattuta una battaglia, lunga e dolosa, per togliere la scala mobile ai salari, e, adesso, il governo la offre alle tasse? Hanno scambiato la Rai per una famiglia, e siccome è cresciuto il costo della vita s’è ritenuto utile far crescere gli incassi. Bella pensata, utile solo ad impoverire le famiglie, quelle vere. Che saranno mai, 1,5  euro a testa? Sono 24 milioni sottratti ai consumi privati, alla libertà dei cittadini, e consegnati, con la forza dell’imposizione fiscale, a chi non ha saputo amministrare un business ricco, come quello televisivo. Ecco, cosa sono.

Ma non basta, perché stiamo vivendo gli ultimi giorni di un anno contrassegnato dalla recessione, quindi con un tasso d’inflazione reale inferiore a quello programmato. In altre parole: alla Rai daremo più di quel che serve per coprire l’aumento dei prezzi. Quell’azienda s’arricchisce, a spese dei cittadini.

La gnagnera è sempre la stessa, progressivamente sempre più insopportabile: i talleri servono a garantire il servizio pubblico. Quale? Quello che diffonde la cultura promuovendo l’arricchimento a botte di culo? “Scelgo il pacco sedici, la Campania” e parte la musichetta. Sarà dotata di chiappe, la signora? Mamma mia che suspense. Una volta c’era il Rischiatutto, almeno quattro cose dovevi saperle. Ora si va di pacchi. Che mi sta anche bene, perché ciascuno ha diritto di rincitrullirsi come meglio crede. Ma non a spese mie, please.

Cos’è il servizio pubblico, le trasmissioni d’informazione? L’Italia del nord è sotto la neve, c’è fame di sapere cosa succede. Non perché si temano drammi, non perché qualche giornalista sciarpato di cachemire si faccia bello raccontando dei morti di fame e di freddo, secondo il copione pulp che fa audience, ma perché, quando le comunicazioni sono difficili, le informazioni sono essenziali. E che ti fanno i telegiornali? Trasmettono una collana di dichiarazioni politiche, con ritrattini di questo e di quella, cercati con il bilancino politico e tutti atteggiati a quel che non sono: leaders. Per giunta, tutti pensosamente intenti a valutare la frase di Napolitano, circa il clima politico. Mentre il clima, fuori, gela le città. Chi è il regista, Woody Allen?

O sono servizio pubblico le trasmissioni in cui, nel nome del pluralismo, parlano solo in due, dando libero sfogo al proprio esibizionismo qualunquistico? Che se dici che ne hai le tasche piene sembri un despota che vuol farli tacere, ma, nella realtà, sono loro che ti mettono a tacere, dato che sono sempre lì, mentre tu ti sfoghi al videocitofono. Possono continuare? Certamente. Non a spese mie, please.

Invece, il governo ha deciso: siccome le loro spese non sono comprimibili, poverelli, siccome la famiglia da mantenere è assai allargata, talché non pochi sono i figli di madre legittima, né meno numerosi quelli d’ignoti, allora è la mia spesa che deve crescere, per aiutarli in questo difficile momento. Che durerà per sempre, fino a quando non si prenderà l’unica decisione accettabilmente seria: si vende la Rai e si cancella il canone.

Condividi questo articolo