Economia

Calci all’impresa

Se qualcuno, in giro per il mondo, leggerà la storia recente di Gian Mario Rossignolo state sicuri che ne trarrà una sola conseguenza: stiamo lontani dall’Italia, investiamo altrove i nostri soldi. Se la racconto è perché desidererei l’esatto contrario. Ma non basta desiderare, occorre darsi da fare. Rossignolo è stato preso a calci e bottigliate, ma tale violenza non è solo fine a se stessa, è una dimostrazione che il Paese è refrattario all’impresa. Cosa assai più grave.

Il caso è, negativamente, esemplare. Rossignolo (di cui sono amico e alla cui avventura ho dato una mano, com’è giusto che il lettore sappia) ha preso un vecchio marchio della storia automobilistica italiana, De Tomaso, e ne ha fatto una nuova casa di produzione. Il vantaggio competitivo sul quale ha puntato è l’innovazione tecnologica: tagli laser, pochi stampi, grande versatilità, auto di lusso rifinite a mano. Che il suo progetto stia in piedi o meno lo deve stabilire il mercato, naturalmente, ma che abbia investito soldi propri e abbia realizzato già il primo modello è un fatto sicuro. Altrimenti non avrebbero potuto prendere a calci la macchina De Tomaso.

Il primo insediamento industriale De Tomaso si trova in Toscana, dove ci sono i normali problemi industriali. A Grugliasco, Torino, gli operai Pininfarina erano da due anni in cassa integrazione. A Rossignolo è stato chiesto se pensava di potere salvare quei 1.100 posti di lavoro. Lo ha fatto. Avesse rifiutato si sarebbe risparmiato gli insulti e quelle persone sarebbero oggi senza lavoro. Il salvataggio è avvenuto alle condizioni che il mercato consentiva: un progetto di ristrutturazione e rilancio, approvato dalle istituzioni nazionali, regionali e comunali, che potesse accedere ai fondi europei. Oggi disponibili. Nel frattempo l’impresa ha anticipato i soldi, facendo da banca per pagamenti che dovevano essere pubblici. Non ci sono, quindi, ritardi nel pagamento degli stipendi, semmai ci sono molti salari pagati per conto d’altri. Si sarebbe dovuto ringraziare, invece si maltratta.

Per ragioni amministrative s’è chiesto all’impresa, rispetto ai primitivi accordi presi, di spacchettare i finanziamenti richiesti, dividendoli in innovazione di prodotto e innovazione di processo. E’ stato fatto. Solo che, nel troppo tempo passato, è cambiata l’amministrazione regionale e, ora, i nuovi governanti non riconoscono gli impegni presi dai predecessori. Il che crea un problema enorme.

Immaginate che, negli Stati Uniti, nel mentre Sergio Marchionne e Fiat erano impegnati a salvare Chrysler fosse cambiata l’amministrazione statunitense e il nuovo Presidente avesse deciso di cambiare le regole del gioco e dei finanziamenti. Lo so, è inverosimile, perché gli Stati Uniti si sarebbero giocati la faccia, ma è quello che sta succedendo da noi. La conseguenza sarebbe stata ovvia: anziché la visita di complimenti e la felicità collettiva ci sarebbe stato un saluto degli italiani e un invito a farsi benedire.

Attenzione: De Tomaso non è una vecchia azienda, oggi in crisi, è un nuovo (vecchio) marchio, una nuova produzione, una nuova fabbrica che è nata alle condizioni date dal mercato, quindi non c’è una sola lira pubblica, o europea, destinata a “salvarla”, bensì un imprenditore che rischia il suo nel rispetto delle regole. Le regole, però, devono rispettarle tutti. Capita, invece, che mentre la regione ritarda i propri impegni, o, addirittura, li nega, pretende il pagamento degli affitti degli stabilimenti, come originariamente stabilito, e siccome i pagamenti tardano, visto che i soldi sono serviti a sviluppare il prodotto e pagare gli operai, dichiara inaffidabile il pagatore, il quale non trova più gli appoggi bancari per garantire i fondi europei, che restano congelati. E’ una storia di collettivo masochismo e, appunto, chiunque la legga, nel mondo, verrà in Italia solo in vacanza, non certo a investire.

La cosa impressionante è che, a torto o a ragione, attorno all’avventura De Tomaso c’è stato un forte interesse, e relativi ordini, al salone di Ginevra, così come ci sono investitori esteri che stanno negoziando il loro ingresso. Ciò vuol dire che potremmo presto trovarci con fabbriche De Tomaso all’estero, o con l’uso della tecnologia innovativa in altre parti del mondo, ma non in Italia. A quel punto che si fa, si riprende a dare calci e bottigliate? E a chi?

Gli amministratori piemontesi, pur condannando la violenza, si dicono comprensivi con la rabbia degli operai. Ma senza gli investimenti di De Tomaso quelli sarebbero dei disoccupati. Senza la follia (perché tale è) di un anziano signore che potrebbe comodamente vivere del suo, senza la sua voglia di tornare a rischiare (tutto), la politica si sarebbe trovata una piazza che avrebbe preso altri a calci e bottigliate. A quel punto, per essere comprensivi, non sarebbe rimasto altro che usare soldi pubblici per finanziare la non produzione e sovvenzionare quel che non è produttivo. Esattamente la via che ci ha portati ad essere patologicamente indebitati.

Quindi, con tutto il rispetto per Rossignolo, egli può anche andarsene. Gli si possono rimproverare gli errori e indurlo a chiudere, rinunciando anche a salvare lo stabilimento Fiat di Termini Imerese che, qualora ci se ne fosse dimenticati, chiude i battenti e licenzia tutti. Ma quello che si pone non è il problema di un singolo imprenditore, bensì quello di un mercato governato senza un minimo di rispetto per le regole. Ricetta sicura per produrre rabbia, violenza e fallimenti.

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