Economia

Contabilità della miseria

In un paese veramente povero, popolato da morti di fame, l’Istat, applicando le misurazioni che portano a considerare a rischio miseria un quarto (24,7%) degli italiani, stabilirebbe che stanno tutti alla grande, con un tasso di rischio esclusione pari a zero. All’opposto, in un paese in cui tutti fossero miliardari, applicando quei criteri contabili, si stabilirebbe essere a rischio quel poveraccio che guadagna solo 400 milioni l’anno. Tutto ciò perché si utilizzano parametri, indicati dalla Commissione Europea, che non misurano affatto la ricchezza e la povertà, ma lo scostamento, superiore al 60%, dal reddito mediano disponibile. Quindi: dove tutti sono accattoni e nessuno si discosta non per questo si vive in ricchezza, e dove la società è ricca, ma anche con redditi che si distribuiscono diversamente, non per questo si muore di stenti. Chi, allora, strillerà che un quarto degli italiani è povero, complice un comunicato malandrino dell’Istat (dove sanno bene che nessuno va a leggere le 400 pagine del rapporto), o è fesso o è disonesto. E non ci sono incompatibilità.

Gli indicatori per monitorare l’inclusione sociale sono tre: rischio di povertà dopo i trasferimenti; situazione di grave deprivazione materiale; intensità lavorativa molto bassa. Da questi si ricava un indice sintetico. In Italia le persone a rischio di povertà, dopo i trasferimenti sociali, sono il 18,4% (16,3 per cento in media UE) e, nel 2009, i gravemente deprivati sono circa il 7 per cento. I paesi con un elevato valore dell’indicatore di rischio di povertà associato a un ridotto valore per quello di grave deprivazione presentano una marcata disuguaglianza nella distribuzione del reddito, ma standard di vita accettabili anche per i più poveri. E’ anche il caso dell’Italia, come di Spagna e Regno Unito. Al contrario, un ridotto valore del rischio di povertà associato a un’elevata deprivazione segnala una contenuta disuguaglianza nella distribuzione del reddito, ma notevoli difficoltà per le persone con quelli più bassi. E ovvio che, a dispetto dei clamori e dei titoli sparati a casaccio, la seconda condizione è di gran lunga peggiore della prima.

Chiarito ciò, qualificate come meritano sia la propaganda della miseria che la geremiade della fine del mese, accertato che se un italiano su quattro fosse straccione dovemmo incontrarne a frotte e, invece, non è così, occorre stare attenti a non cadere nella propaganda e nell’illusione opposte, ovvero che si viva tutti in ricchezza e felicità, talché le cose meglio non potrebbero andare. Anzi, direi che le cose vanno male, anche a causa dei due eserciti dissennati: quello che ama annunciare la fame e quello che vuol convincerci dell’abbondanza.

I dati Istat, da questo punto di vista, confermano quel che scriviamo da anni, a cominciare dal fatto che tutta la necessaria elasticità del mercato del lavoro si scarica sui giovani e sui contratti atipici, essendo, in questo modo, al tempo stesso ingiusta e insufficiente. Che una massa di giovani non fa assolutamente nulla: non studia, non lavora e non cerca un lavoro. Ha ragione Luca Ricolfi: non sono disoccupati, sono nullafacenti. Il fatto è che li trovi in massa all’happy hour e che sono patrimonialmente ricchi. Il che li rende insensibili, ma non per questo sicuri. E’ una bomba sociale a orologeria.

La dinamica dei redditi non è preoccupante perché dispersa in molti livelli, sicché c’è chi guadagna molto e chi poco, perché questo è il mercato, ed è anche la libertà, è inquietante, piuttosto, il massiccio prelievo, sia fiscale che contributivo, e la scarsa crescita. Le due cose messe assieme inducono una sensazione di progressivo impoverimento, che a sua volta innesca un sentimento d’insicurezza. Non è un fenomeno solo italiano e, difatti, tutti i governi europei continuano a perdere le elezioni. Ma noi conosciamo le nostre specificità, sappiamo cosa si dovrebbe fare per ripartire, e vediamo che non lo si fa. Il governo scopre che il fisco è invasivo, come se l’avessero amministrato altri, e l’opposizione ha un capo (si fa per dire) che continua a ripetere: parliamo di lavoro, per salvare questo paese qui. E ne parli, una buona volta, senza limitarsi a rammentarne l’esistenza.

A me non importa un piffero di spegnere l’allarme lanciato dall’Istat, magari per favorire chi oggi governa. Osservo che quel tipo d’allarme, propagandato in modo incosciente, induce a correre, con i secchi in mano, dalla parte sbagliata, magari chiedendo l’aumento di sovvenzioni e spesa pubblica. Una secchiata, almeno una, tiriamola al capofila: l’incendio è da un’altra parte.

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