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I problemi dovuti agli effetti economici della guerra vanno affrontati e risolti, non sventolati e subìti.

I nervi sono già tesi, non porta bene sollecitarli oltre. Come capita se un ministro si mette a dire che gli italiani sono truffati o se l’informazione diffonde la bubbola che gli scaffali sono vuoti. L’uno si ricordi che il compito del governo è provvedere, non denunciare. Gli altri si rendano conto che se s’attira il pubblico facendo dell’informazione uno spettacolo, poi non ci si lamenti se si viene accostati al circense. Restando alle materie prime, alcune osservazioni e proposte. Perché i problemi vanno affrontati e risolti, non sventolati e subìti.

1. Subiamo gli effetti economici della guerra. Di una guerra che il criminale Putin ha aperto e che da criminale conduce. Ma non paragoniamoci a chi direttamente la subisce. Qualsiasi prezzo alla pompa non vale né la vita né la libertà.

2. Non accatastiamo questioni diverse, come se fossero uguali. Ma il filo conduttore, da una materia all’altra, è che concentrare il rischio non sia saggio. Abbiamo bisogno di usare tecnologie diverse e approvvigionarci da fornitori diversi. A nuocere gravemente sono sia quelli convinti che si possa fare tutto dentro i confini sia quelli convinti dell’opportunità di non fare niente. Il mondo interconnesso e aperto è ricchezza. L’Italia del no alle fonti d’energia e alle infrastrutture è povertà.

3. La strutturazione delle bollette energetiche è stata concepita quando serviva remunerare maggiormente l’antieconomica produzione da fonti rinnovabili. Lasciamo perdere, perché oggi ininfluente, se sia giusto o sbagliato e se sia fatto bene o male; quel che conta è il totale cambio di scenario, talché le fonti un tempo più costose sono divenute le meno ma continuano a essere le più remunerate. Non ha senso, perché in questo modo quel che il consumatore paga è più di quel che mediamente costa. E siccome fra i consumatori d’energia ci sono i produttori di ricchezza, non solo si pelano le famiglie ma s’impoverisce l’intero sistema. Metterci mano non è questione da discutersi in un simposio, ma da risolversi cambiando i pesi relativi nella determinazione del prezzo finale. Oppure, se si preferisce, per dirla in modo più pulp: fermare gli extraprofitti di produttori che non hanno fatto nulla di male, ma che ora si arricchiscono troppo.

4. Guardiamo all’energia elettrica e rendiamoci conto che la concorrenza ha portato buoni frutti, ad esempio per quei consumatori che hanno sottoscritto contratti a prezzo fisso nel tempo. Del caro bollette leggono sui giornali e il problema lo hanno i fornitori. Il guaio della concorrenza non è quando c’è, ma quando non c’è o ce n’è poca. Come anche nel campo elettrico.

5. Cosa ben diversa è l’ipotesi che taluno ci marci, artatamente approfittando degli allarmi sull’innalzamento dei prezzi per alzarli ancora di più o per prendersene una fetta maggiore. Profittatori e speculatori non sono mai simpatici altri che a sé stessi, ma quelli che così agiscono grazie a una guerra sono nemici della convivenza civile. Siccome, ogni volta, basta parlare di speculatori e ciascuno è pronto ad aggiungere quello che, a suo dire, sarebbe stato dimenticato o coperto, questo genere di lavoro non spetta a “Chi l’ha visto?” ma alla Guardia di Finanza. Il ministro Cingolani passi le sue informazioni a chi di competenza. Se saranno accertate responsabilità egli sarà un benemerito. Se, invece, è il meccanismo sbagliato a favorire l’arricchimento esagerato, egli potrà dedicarsi ad altro.

6. Capiamoci sull’imposizione fiscale: le accise si applicano a quantità prodotta, sicché non sono influenzate dal prezzo; l’Iva si paga a percentuale, quindi cresce in valore assoluto al crescere del prezzo delle materie prime. Quando i prezzi crescono per una ragione contingente, limitata nel tempo, puoi anche decidere di sospendere il prelievo o, come si è fatto, far scendere la sua percentuale. Tanto poi si torna alla normalità. Ma quando quei prezzi non si prevede scendano e, come è nel caso del gas, l’affrancarsi da un fornitore comporterà degli esborsi, non ha più molto senso provvedere in via emergenziale. Le accise storiche le toglierei tutte. Non perché c’è la guerra, ma perché dovrebbe esserci la serietà. Il punto è che c’è un solo modo per far scendere una pressione fiscale troppo alta e consiste nel far scendere una spesa corrente esagerata. Qui, invece, siamo circondati da partitanti che fanno a gara a chi vuole sgravare e spendere di più. Contemporaneamente. E il caso peggiore è che sappiano quel che stanno dicendo.

7. La tentazione più forte è nascondere tutto nel debito. Si compensa, si finanzia, si sgrava e si aumenta il debito. Fin qui il governo regge, accrescendolo solo per investimenti. Quando dovesse cedere vorrebbe dire che siamo in economia di guerra. O che il governo l’ha persa.

Davide Giacalone

Pubblicato da La Ragione del 15 marzo 2022

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