Economia

Dalle pezze alle riforme

Quello in discussione è il terzo decreto, nel giro di pochi mesi, concepito per rimettere in equilibrio i conti pubblici. Negli emendamenti annunciati è nettamente migliorato, ma resta il fatto che si tratta del terzo tentativo e che i “saldi invariati”, al momento, sono un articolo di fede. Eppure la nostra disciplina di bilancio è fra le più rigorose e il nostro deficit fra i più bassi rispetto al prodotto interno. Se si devono tappare le falle, quindi, non siamo noi ad avere fatto i buchi. Se non vogliamo passare la vita a mettere toppe occorre chiedersi se esiste un diverso modo di operare. E c’è, ma non ci si deve fermare all’emergenza, si deve continuare l’opera d’ammodernamento e riforme puntando ai grandi tempi della spesa, quindi al ruolo stesso dello Stato.

Occorre rendersi conto che proprio perché non siamo noi la causa dell’emergenza, non possiamo combatterla solo con provvedimenti temporanei. Veniamo da anni di mare calmo e bassi tassi d’interesse, nel grande bacino dell’euro si poteva navigare anche se sovraccarichi di debiti (e noi lo eravamo assai più di altri). Quando le acque si sono agitate, nonostante noi si fosse fra quelli che avevano fatto bene i lavori di manutenzione, il peso del debito è divenuto una zavorra pericolosa. Serve a poco grattarne la superficie, perché è il suo svettare sulla tolda a metterci in pericolo. Domanda: si può ridurre risolutivamente il debito diminuendo le spese e aumentando le entrate? Risposta: no. Le tasse sono già troppo alte e la spesa è quasi tutta corrente.

E’ un problema europeo, anche perché la speculazione ha attaccato le debolezze istituzionali dell’euro. Qui abbiamo sostenuto l’opportunità degli eurobond, ma si deve essere consapevoli che adottandoli si va verso una maggiore integrazione politica e fiscale. Altrimenti meglio tagliare le cime e buttare a mare l’euro (o i Paesi che finiscono nel mirino). Sono favorevole alla prima soluzione, ma si deve farlo in fretta, per non offrire alla speculazione altri sacrifici inutili.

Dobbiamo affrontare problemi comuni, compresi i troppo alti costi del welfare, per questo ha senso il consolidamento istituzionale dell’Ue. I cinesi ci dicono che viviamo al di sopra delle nostre possibilità, ed è vero. Ma non è un buon motivo per regredire. Dentro lo stato sociale ci sono conquiste di civiltà e sprechi di contabilità. Distinguere è diventato complicato. Ogni volta che togli un tallero si lamenta un sentimento. Ma dove sta scritto che il modello di welfare esistente è l’unico possibile? Per quale ragione il benessere collettivo deve essere statalizzato? Se non vogliamo rinunciare alla civiltà tocca cambiare la contabilità, restituendo al mercato il compito di creare benessere e allo Stato quello di amministrare le regole (mentre oggi abbiamo uno Stato che amministra pezzi di mercato e un mercato che ha privatizzato pezzi di regole).

Noi italiani abbiamo tare geneticamente negative, come la sfiducia nello Stato e un disincanto che sfocia nello scetticismo. Ma abbiamo anche fantasia e gusto dell’intrapresa. Solitamente li teniamo separati, in capo a persone diverse. Sono i secondi che tirano la carretta e ci fanno eccellere nel mondo. Conciliamoli: la sanità pubblica è una fucina di debiti, quella privata un affare; la nostra università è quasi tutta pubblica, e sta in fondo alle classifiche mondiali; le protezioni per i lavoratori sono alte, ma questo genera disoccupati, specie giovani. Cambiamo la miscela dei diritti, ripartiamo dalla sussidiarietà e dalla convenienza, tagliando interi brani di spesa pubblica, nutrendoci il mercato. Liberalizzare e privatizzare significa meno debito e più crescita, esattamente quello di cui abbiamo bisogno.

Meglio affrontare questi problemi, piuttosto che schiantare appresso ad aggiustamenti successivi e progressivi, sempre destinati o ad essere insufficienti o a risultare depressivi e mortali. Altro che tecnici, qui ci serve politica. Quella vera.

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