Economia

Default e democrazia

I mercati, scrivono in tanti, hanno paura del debito statunitense, dell’ipotesi che la più grande potenza mondiale (economica, politica e militare) vada in bancarotta entro il 2 agosto. Non succederà e chi rischia di più siamo noi europei. La paura è alimentata dall’irrazionale, dal muoversi ondeggiante dei mercati, dal tenere gli occhi chiusi. Apriteli, invece: gli Stati Uniti non corrono alcun rischio di bancarotta. E aprite anche le orecchie: le democrazie non saranno perfette, ma funzionano assai meglio dei regimi dispotici. Nel lungo periodo, ma anche in quel tempo che è l’unico considerabile: il corso della nostra vita.

Il default statunitense può essere solo giuridico, non economico. Non c’è il rischio che non riescano a pagare i debiti contratti, alla loro scadenza naturale, ma che non possano più spendere soldi pubblici perché è stato raggiunto il tetto fissato da un voto parlamentare. Considerato che quel tetto viene periodicamente, e, da ultimo, soventemente rialzato, in modo da contenere sempre il debito reale, il problema è “solo” quello di convincere la maggioranza. Cosa rispetto alla quale c’è una difficoltà: l’attuale Presidente, quand’era senatore, diceva al suo predecessore che chiedere quei rialzi altro non era che l’ammissione del fallimento politico. Posto che i repubblicani persero le elezioni a causa della crisi, adesso vorrebbero sentire qualche parola di scuse. Insomma, non intendono concedere gratis quel che sanno benissimo essere una necessità. Specie nell’imminenza delle elezioni presidenziali e dopo che il Presidente in carica ha già perso quelle di medio termine. Tutto qui. Non è poco, ma è tutto qui. Per cui una soluzione si troverà.

La paura è alimentata dal fatto che, senza un accordo in tempi brevi, in queste stesse ore, le agenzie di rating potrebbero declassare il debito americano, considerato sicurissimo. Ammesso che avvenga, ciò porterebbe, nell’immediato, ad un rialzo dei tassi per tutti, salvo che il giudizio sarà subito rivisto, non appena un accordo si troverà. Se così andassero le cose a trovarci con le dita nello stipite saremmo noi europei, non gli americani, saremmo noi a pagare di più, non loro.

Gli Stati Uniti hanno problemi seri, a cominciare dal fatto che il loro mercato cresce (magari crescessimo allo stesso ritmo!), ma non produce nuovi posti di lavoro, non, comunque, in modo da riassorbire quelli persi negli ultimi due anni. E hanno un debito pubblico pari (leggermente più alto) al prodotto interno, con un’amministrazione che preme sulla spesa. Ma hanno anche dei punti di vantaggio, che Martin Feldstein, professore ad Harvard e già consigliere di Reagan, non manca di sottolineare: a. la pressione fiscale è considerevolmente più bassa di quella che grava sugli europei; b. c’è molta manodopera a basso costo; c. governano il dollaro, mentre noi non governiamo l’euro. Ci sono ampi margini per correggere i conti. Naturalmente la partita è politica, con la presidenza che non esclude nuove tasse (sempre con l’impostazione demagogica di colpire i più ricchi) e l’opposizione repubblicana, che ha la maggioranza al Congresso, che vi si oppone e reclama tagli alla spesa. Ma le ricette sono realmente applicabili, mica parole al vento e minacce sociali, come capita dalle nostre parti.

Inoltre, e la cosa è decisiva, i mercati possono praticare un solo tasso d’interesse per il debito pubblico dell’intera federazione, mentre da noi è la non federalizzazione del debito, quindi la possibilità di diversi tassi d’interesse, che ci espone ad ogni speculazione.

Il conflitto fra la presidenza e la maggioranza del Congresso, infine, non è una dimostrazione di debolezza, ma, all’opposto, di forza democratica. Solo da noi si pensa che i problemi economici si risolvano creando maggioranze con tutti dentro, mentre nel mondo razionale sono proprio i problemi a richiedere che lo scontro sulle soluzioni alternative sia trasparente e deciso dall’unico rappresentate degli interessi collettivi: l’elettorato. Se qualcuno, oltre Atlantico, proponesse di consegnare il governo ai tecnici sarebbe subito consegnato alla neurodeliri. I repubblicani che usano il debito per mettere in difficoltà il Presidente e quest’ultimo che usa il default per forzare la mano a chi gli si oppone non sono rappresentanti d’egoismi dissennati, ma d’interessi diversi e contrapposti. E questa è la democrazia, che può sospendersi in casi di disastri naturali o d’invasioni militari, mica su questioni che sono la ciccia vera della politica.

Il debito americano si trova in diverse mani internazionali, comprese quelle cinesi. Questo pesa. Ma sulla bilancia occorre mettere anche il fatto che più della metà della spesa militare nel mondo è statunitense. Sarà brutale da sentirsi, ma impossibile da ignorarsi. Non raggiungendo l’accordo, tenendo ciascuno duro sulle proprie posizioni, democratici e repubblicani scherzano con il fuoco, ma sulla pira ci siamo noi che, per giunta, anche quando immaginiamo d’avere pompieri europei non li dotiamo d’estintori comuni.

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