Economia

Destroyed in Italy

Ci sentiamo tutti molto orgogliosi per il Made in Italy, poi, però, lo strangoliamo. Gli chiudiamo la trachea con le tasse, gli tappiamo il naso e la bocca con le banche, e nel mentre rantola gli facciamo i complimenti per quanto ci ha resi belli e famosi nel mondo. Grazie a Giuliano Amato, che sbagliò anche i calcoli, abbiamo potuto discutere della tassa patrimoniale, come se non esistesse. Invece è fra noi, e si chiama Irap. Grazie alla famiglia Bulgari abbiamo potuto frignare per la perdita di un grande marchio italiano (lacrimavano anche loro, come se non avessero fatto un affare e incassato una montagna di quattrini). Siamo dei sentimentali, ma anche dei fessi: il problema non è quel che si può vendere, essendo già prezioso, ma quel che non si può creare, per valorizzarlo nel tempo.

Uno sguardo alle dichiarazioni dei redditi del 2010 suggerisce riflessioni amare. In un anno di crisi il gettito fiscale aumenta, sia pur di poco (+ 0,2%). Scoprire l’evasione fiscale è una gran giusta cosa, ma tirate le somme nel mentre i redditi di chi produce ricchezza si contraggono le casse statali ingrassano. E non è una bella cosa. Calano i redditi di chi è esposto ai rigori del mercato, crescono quelli di chi vive in zone d’economia assistita. Non un bel segnale. Il 90,2% dei contribuenti dichiara meno di 35mila euro, solo lo 0,17 più di 200mila. Si fa fatica a credere che sia la foto di una delle più grandi potenze economiche del mondo.

Cresce il numero dei giovani con partita iva e reddito minimo. Un vivaio di futuri imprenditori e innovatori? Ma no, solo falsi dipendenti mascherati da autonomi. Cittadini di quella parte d’Italia che non sa cosa siano gli ammortizzatori sociali, lavoratori senza garanzie, senza sindacati e senza politica in grado di rappresentarli. Quando il governo Prodi cancellò lo “scalone”, nella riforma delle pensioni, con gran tripudio di bandiere rosse e sindacali, furono loro a pagare il conto, fu dai loro contributi previdenziali che si presero i soldi per pagare pensioni che loro con avranno mai. E’ poco definirla “ingiustizia”. E non è la sola.

L’Irap è una tassa sul lavoro e sui lavoratori, che svantaggia le nostre aziende nella competizione globale. Non si paga sui profitti, ma sul valore netto, dal quale non si può detrarre la spesa per il personale. Più gente assumi e più ti tassano. Più il capitale di un’azienda consiste nella competenza e nel valore dei propri operai, più l’Irap agisce da patrimoniale, che sei costretto a pagare anche se perdi soldi. E se in periodo di crisi, per reagire e puntare al futuro, assumi nuove figure professionali e tenti di riqualificare il prodotto, ecco che il fisco arriva e ti spezza le gambe, tassando quella tua pretesa. Le banche, del resto, erogano credito se il patrimonio da dare in garanzia è immobiliare e ipotecabile, non certo se è umano e produttivo. Quindi: a me non me ne importa un fico secco che i signori Bulgari abbiano venduto “la dolce vita”, perché, in realtà, hanno fatto cassa vendendo l’azienda di famiglia. Auguri e ci risparmino le sciocchezze. Mi dispiace, invece, che se un giovane mette su un laboratorio orafo e punta in alto il fisco lo fa secco già ai primi voli, perché dovrà pagare l’Irap pur essendo ancora in perdita. Mi dispiace che siano state cancellate le agevolazioni fiscali per le aziende che investono in ricerca. Mi rincresce che gli investimenti in tecnologia sono premiati se servono a diminuire il personale, ma penalizzati se utili a puntare verso mercati più esigenti. Tutto questo racconta la storia triste di un Paese il cui sistema fiscale punisce chi cresce e favorisce chi si rimpiatta, con il che, poi, non ci si meravigli per i dati prima ricordati.

La maggioranza di centro destra continua a promettere la riforma fiscale. E’ pur sempre meglio di chi promette la patrimoniale allo scopo di potere alimentare maggiore spesa pubblica. Ma cerchiamo di non consolarci con le disgrazie mancate, puntiamo ai successi da cogliere. Il primo fra tutti: il Made in Italy non può essere un patrimonio del passato, deve essere un’officina per il futuro. Non si chiedono agevolazioni, ma, almeno, che terminino le angherie.

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