Economia

Euro in coma

Possiamo pure far finta di credere che la risatina sciocca e disperata di Nicolas Sarkozy sia degna di discettazione, ma domenica scorsa, al vertice di Bruxelles, il dato rilevante era tutt’altro: l’euro è entrato in coma e si avvia a morire, se non s’interviene. Possiamo pure far finta di credere che l’età pensionistica degli italiani abbia un valore continentale, ma il botto che rintronerà l’Europa non è quello eventuale dell’Inps, bensì quello prossimo venturo delle banche francesi. Gallico preludio dell’esplosione tedesca. Quando, per evitare quest’ultimo evento, si sarà stabilito che si chiama Euro, ma gli amici possono chiamarlo Marco, ecco che si sarà chiarito l’equivoco, e della moneta unica si potrà seppellire la salma.

Questo scenario nulla toglie al fatto che il governo italiano meriterebbe d’essere preso a ceffoni, per non essere stato capace di provvedere per tempo non a salvare il mondo o a rivoluzionare l’Italia, ma a dimostrare d’avere capito che la musica globale è cambiata. Ed è disperante che al vertice di domenica scorsa, che prevedemmo vuoto e vuoto s’è dimostrato, il presidente del Consiglio si sia annunciato chiedendo che sia l’Europa a costringerlo ad una riforma pensionistica che: a. sarebbe stata comunque indispensabile, sicché avrebbe dovuto provvedere in proprio, tacitando sia i ministri che continuano a parlare d’inesistenti equilibri, sia la Lega in versione Psdi del ventunesimo secolo; b. l’ha fatta divenire dirimente, pur non essendo affatto fonte di cassa immediata, al punto che ora su quella si misurerà tutto. Cosa non ragionevole. Ma dopo avere mollato al governo i nocchini che merita si deve poi prendere atto che non solo l’opposizione, ma anche le così dette forze sociali tirano in direzione opposta, dando l’impressione d’un Paese la cui classe dirigente ha la mente annebbiata. Sberle anche a loro. Così abbiamo finito il giro, ci fanno male le mani e stiamo come stavamo.

Sulle nostre questioni intere ci facciamo il fegato marcio da tempo, anche perché vedo un’Italia capace di correre ed eccellere, se solo fosse capace d’essere una somma di conoscenze e prodotti, anziché di egoismi e rendite. Ma domenica scorsa tutto questo era irrilevante. Lasciate perdere chi approfitta del folklore per alimentare l’endemica faziosità nazionale, perché sulla lentezza dei tedeschi, sulla prosopopea dei francesi, sulla miseria di noi medesimi, sulla resa senza condizioni dei greci, quel che aleggiava era la morte dell’euro. Se riusciamo a prendercene la colpa vinciamo l’oscar del tafazzismo, ma il quadro clinico è gravissimo.

Rimedi: a. rivedere i trattati, nel senso di cedere oltre alla sovranità monetaria anche quella della politica economica; b. dare legittimità politica, quindi democratica (sono sinonimi, in questa parte del mondo), al governo europeo, mediante elezioni; c. federalizzazione del debito; d. emissioni di titoli del debito europeo per finanziare lo sviluppo. O si viaggia verso gli Stati Uniti d’Europa o si torna all’Europa delle nazioni e delle monete. Il resto è retorica, illusionismo, pochezze politiche. Occuparsi della conferenza stampa di Merkel e Sarkozy è una perdita di tempo, perché si deve, piuttosto, cancellarne l’esistenza. Finché la torta Sarkel resterà in vetrina l’euro ha un avvenire solo nella tomba.

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