Economia

Eurogas

I membri dell’Unione europea hanno trovato l’accordo sul gas: una brutta notizia per chi già sperava in una sconfitta per poter giustificare il vittimismo piagnucoloso. Un atteggiamento disfattista che non produce ricchezza.

Legittimo, naturalmente, che in Italia ci si sia concentrati sulle vicende interne, sui passi verso il nuovo governo e sui passi falsamente falsi delle polemiche interne alla (falsa) coalizione vincente. Intanto però, com’è giusto che sia, gli interessi italiani ed europei erano difesi dal governo ancora in carica nel corso di un importante e trascurato Consiglio europeo. Legittimo, inoltre, che taluno dubitasse si potesse giungere a un accordo, mentre qui continuavamo a ritenere più probabile un compromesso positivo. Com’è stato. Meno legittimo che, per giorni e ancora ieri, il tono trasversale e pervasivo fosse uno solo: l’Europa (e daje, si chiama: Unione europea) è divisa, un fallimento, nessun accordo. À la Bartali.

Una sorta di lussuria della disfatta, la speranza di una profittevole sconfitta che possa giustificare e alimentare un vittimismo piagnucoloso che sfocia in grottesca prosopopea. E invece le cose sono andate in modo diverso, un accordo è stato raggiunto. E che il negoziato sia stato lungo e complesso attiene al fatto che si tratta di interessi diversi, non solo fra questo o quel Paese ma anche al loro interno. Il tutto senza dimenticare che l’accordo più importante era stato acquisito all’inizio e in pochi minuti: la condanna della criminale aggressione russa e sanzioni che solo aderendo alle fonti del Cremlino si può credere non vadano a segno. In quanto al fatto che anche qui si subiscono conseguenze negative, complimenti per la perspicacia: capita, quando qualcuno dichiara guerra alla sovranità e alla libertà.

I risultati più importanti sono relativi all’acquisto comune di gas e alla solidarietà in caso di sospensione delle forniture. Il tetto al prezzo del gas c’è, a cominciare da quello per la produzione di energia elettrica. È temporaneo, com’è giusto che sia, visto che alla metà del 2024 saremo completamente affrancati dal gas russo e non è che si possa indirizzare troppo a lungo il mercato senza produrre effetti negativi. Su questo fronte, piuttosto, si introducono altri parametri di fissazione, che cancellano l’unicità del Ttf al mercato di Amsterdam. Resta l’accesso a energie finanziarie frutto di debito comune. A questo si accompagnano indicazioni per la trasparenza del mercato elettrico (le bollette), il risparmio energetico e lo sveltimento delle procedure per l’istallazione di impianti rinnovabili.

Si poteva fare meglio e di più? Sempre. È totalmente soddisfacente? Mai. Ma è molto ed è bene. Un mesto pensiero ai cantori dei fallimenti, quale intonazione monocorde del ripetitivo lamentio.

Ottenere questi risultati ha avuto un prezzo, dato che si erano manifestate rigide opposizioni, con argomenti legittimi e talora forti. Se quelle opposizioni sono state in gran parte superate lo si deve a un solo dato politico: è stata riconfermata l’unità europea nell’appoggio all’Ucraina e nella condanna degli aggressori. L’opposto dell’inerte divisione. Il prezzo è stato anche un disallineamento del tradizionale asse fra Francia e Germania, sul quale vale spendere due parole.

È importante quell’asse, perché è dai contrasti fra quelle potenze che sono nati molti conflitti europei. Ed è su quell’asse che si è costruita la pace, tutelata dall’ombrello difensivo Nato. Sono anche le due più forti economie. E la Francia è la sola potenza atomica dell’Ue. Quell’asse ha anche dato l’impressione di dominare troppo, ma questo si deve anche alla dabbenaggine di Paesi come l’Italia che, anziché costruire alleanze, imbastivano scuse e geremiadi questuanti. Quell’asse è importante, ma il disallineamento chiama tutti i membri dell’Ue alla responsabilità di non sentirsi passeggeri riottosi ma equipaggio volenteroso. C’è spazio politico libero. A patto di piantarla con quell’atteggiamento che è diffuso costume nazionale, dall’informazione alla politica, dai corpi intermedi a tanti cittadini. L’Italia che produce ricchezza sta da un’altra parte.

Davide Giacalone, La Ragione 22 ottobre 2022

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