Economia

Fincantieri Italia

Nella vicenda Fincantieri non c’è nulla da festeggiare. C’è molto di cui essere preoccupati, e anche indignati. Nel giro di due settimane abbiamo visto scorrere le immagini di un autentico dramma nazionale, che va ben al di là delle sorti, pur importanti, di questa società. Fincantieri, insomma, è la metafora del peggio che galleggia nella nave Italia.

Il 25 febbraio scorso l’amministratore delegato, Giuseppe Bono, annunciava che, pur in presenza di notevoli difficoltà, indotte dalla crisi, la Fincantieri non avrebbe licenziato nessuno. Tre mesi dopo, il 23 maggio, presentava un piano industriale ove si prevedeva l’esatto opposto: chiusure di cantieri e licenziamento di 2551 persone, il 30% della forza lavoro in servizio. Già il 24, come era fin banale prevedere, partono le proteste. Il 3 giugno si svolge una manifestazione a Roma, organizzata per bloccare il piano. Lo stesso giorno viene dato l’annuncio, strillato al megafono: macchina indietro, non si licenzia nessuno. Forse almeno uno dovrebbe avere la buona creanza di andarsene: Giuseppe Bono.

Tralasciamo, per il momento, ogni considerazione su come la società è stata amministrata e supponiamo che sia stato fatto nel migliore dei modi. Sta di fatto che si tratta di una controllata da Fintecna, finanziaria del ministero dell’economia. Un tempo si sarebbe definita a partecipazione statale. In ragione di ciò i dirigenti della società, l’amministratore e i consiglieri d’amministrazione, rispondono alla proprietà, quindi alla politica. A questo punto, delle due l’una: o Bono ha annunciato quel popò di piano senza avere prima avvertito la proprietà e, in questo caso, è un incosciente; oppure aveva fatto tutto quel che si doveva e, quindi, ieri ha accettato di piegarsi a quel che non solo non condivide, ma considera assai dannoso per i conti economici dei quali dovrà rispondere. In tutti e due i casi deve dimettersi. Nel primo per colpa e nel secondo per dignità.

Fincantieri, così com’è, affonda. Non è competitiva. Purtoppo ciò avviene in un settore, la cantieristica navale, nel quale i produttori asiatici ci hanno già superato, per quel che riguarda le navi commerciali, ma in cui tanto la nostra tradizione (dire addirittura: la storia) quando il pregio del design e la fama non tramontata del “Made in Italy” dovrebbero assicurarci un qualche valore aggiunto. Si dovrebbe supporre che una nave costruita in Italia abbia il fascino aggiuntivo del bello e del ben fatto. Invece subisce il peso di strutture produttive che smarriscono i pregi e conservano le rigidità. Chi avesse, da amministratore, condotto a questa sorte una società privata, per ciò stesso destinata a rispondere sia al mercato che agli azionisti, non avrebbe avuto neanche il tempo di dimettersi, nel senso che sarebbe stato accompagnato alla porta.

Occorre tenere conto della crisi mondiale. Nel farlo, però, si devono considerare due cose: se oltre a risentire della crisi di tutti si perdono anche quote di mercato, e se si prendono misure adatte a superarla. Se Bono ritiene adeguate le misure contenute nel piano non può rimangiarsele. E se ritiene che i francesi abbiano avuto il vantaggio competitivo di un più adeguato aiuto governativo, avrebbe dovuto dirlo. Un esempio: anche grazie al modo scombinato e autolesionista con cui abbiamo trattato il caso di Cesare Battisti (lo scrivemmo e avvertimmo) i francesi ci hanno soffiato le commesse militari brasiliane. Ma se le prese di posizione dell’amministratore sono polemiche con la proprietà la cosa non può risolversi nell’opacità.

Procedendo come s’è preso a fare si va incontro a problemi più grossi. Garantire la sopravvivenza grazie a commesse pubbliche, militari, equivale a stabilizzare le diseconomie e la non competitività, quindi a buttare via quattrini. Revocare il piano perché i lavoratori protestano (come era ovvio ed è legittimo, ci mancherebbe) significa chiamarsi addosso tutte le possibili proteste d’Italia, sollecitandole ad incrudelirsi e arroventarsi se non ottengono immediata ragione. Così si caricano delle bombe a orologeria, sia di debito pubblico che d’instabilità sociale. Come se già non caminassimo in un campo minato.

Morale: se questo è il modo di tutelare la cantieristica italiana, meglio vendere, e se questo è il modo di salvare occupazione, meglio portare lo stipendio direttamente a casa degli operai. Almeno si risparmia sui costi fissi e sui lussi dei dirigenti.

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