Economia

Governatore e governo

In tutto il mondo democratico il capo della banca centrale è nominato dal capo del potere esecutivo. Cambiano i soggetti e le procedure perché cambiano i sistemi istituzionali, ma la sostanza è quella. La ragione della nomina governativa è semplice: chi ha in mano la politica monetaria deve condividere e assecondare la politica economica di chi è stato eletto. In tutti i sistemi democratici, anche qui con diverse articolazioni formali, il capo della banca centrale gode di autonomia e non è sostituibile a piacimento. La ragione è evidente: il governo della moneta è sottratto ai cicli elettorali, la politica creditizia all’influenza partitica. Veniamo al pasticcio fatto dal governo.

Al debutto di Silvio Berlusconi nella vita politica il governatore si chiamava Antonio Fazio. Il suo atteggiamento non era certo ostile, nei confronti della nuova maggioranza, e il governo del 2001 fu accolto dalla Banca d’Italia con la contabilizzazione di un considerevole buco nei bilanci, lasciato dai predecessori (governi Prodi, D’Alema, Amato). Ma Berluconi decise che l’umore del Paese non doveva essere depresso e lasciò cadere quella palla, così sapientemente alzata. Fazio continuò il benemerito lavoro nel ridurre il pulviscolo bancario, inciampando proprio in una di quelle operazioni e dimettendosi. All’epoca governava ancora Berlusconi, che scelse di non assecondare il ricambio interno, ma di chiamare Mario Draghi.

Fu una scelta molto politica: Draghi era stato direttore generale del ministero del tesoro, lavorando con Ciampi e avendo un ruolo di primissimo piano nel corso delle privatizzazioni (fatte malissimo), dopo di che era andato a lavorare in una banca d’affari. Insomma, non era il curriculum tipico per quel posto, sebbene di gran prestigio. Nominatolo alla Banca d’Italia, Berlusconi lo ha poi sostenuto (ma con un governo diverso, due legislature appresso) nella corsa alla presidenza della Bce. Tutto questo per dire: se Berlusconi non ha subito Draghi (nel qual caso dovrebbe spiegare il chi e il perché) vuol dire che lo ha scelto, ma se lo ha scelto, o anche solo ne ha condiviso la scelta, che senso ha provare a sconfiggerlo nel momento in cui diventa più potente?

Draghi, infatti, chiede che a succedergli sia il direttore generale, Fabrizio Saccomanni, mentre il ministro dell’economia punta con decisione su Vittorio Grilli, a sua volta direttore generale, ma del ministero. Lo scontro è legittimo, la scelta casca comunque su una persona di valore, ma averlo reso pubblico e averne fatto oggetto di diatriba in piazza è stato un mettersi in trappola da soli. Il governo aveva davanti un gioco win-win, dove si può solo vincere: un italiano alla Bce e un governatore di alto profilo professionale. Sono riusciti a trasformarla in una partita lose-lose, dove si può solo perdere: un ex governatore sbertucciato e il nuovo che appare o asservito al governo o suo avversario. C’è la possibilità del terzo uomo, che sarebbe una sconfitta al cubo, perché sarebbe un ripiego e il suo ruolo nel board della Bce gravemente compromesso.

Facciamo finta, e ci vuole tanta buona volontà, che si possa discutere delle candidature così a lungo e così pubblicamente: qual è la posta in gioco? Se il governo, o un ministro, pensa di “espugnare” la Banca d’Italia è, prima di tutto, un fesso, perché dovrebbe sapere che le competenze monetarie sono emigrate alla Bce, dove, a quel punto, si troverebbe un avversario. Se qualcuno pensa di asservire il governo alla Banca d’Italia, magari puntando sull’asse con il presidente della Bce, è un golpista. Ci manca solo che il capo del governo vesta la toga (le divise non sono più di moda) e il quadro sarebbe completo. Escludiamo le due ipotesi, per carità di Patria. Ma, allora, di che parliamo? Visto che nessuno dice una parola relativa alla politica monetaria o a quella economica, mi sa che tutto il busillis sta nella vigilanza bancaria. E ci risiamo, con o senza baci in fronte. Salvo il fatto che dovrebbe essere oramai chiaro che non esiste spazio di mercato per le bancarelle, che l’Europa si avvia ad avere banche continentali e che gli italiani devono decidere se essere coprotagonisti o solo correntisti.

Per queste ragioni, la logica spinge verso Saccomanni, che, oltre tutto, in quanto interno sarebbe anche meno ingombrante. La prudenza suggerisce di non protrarre oltre lo strazio. Berlusconi decida. Se non se la sente, tiri in aria una monetina. Ma non la tiri in lungo, perché sul tirare le cuoia può pesare più palazzo Koch che un palazzo di giustizia.

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