Economia

GranCassa

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Pro e contro del vendere patrimonio per estinguere l’alto debito. La verità è che fare cassa è solo grancassa se non c’è un’idea per cambiare e crescere.

Vendere patrimonio per estinguere un debito può essere cosa buona e giusta. Venderlo per scalfire un debito molto alto e che tale resterà può comunque essere utile, ma meno bello. Può essere utile per segnalare a chi presta denari, a chi compra il tuo debito, che non hai intenzione di farlo crescere, che ce la stai mettendo tutta per ridurlo, sicché sei meritevole di condizioni non punitive circa il costo di quei prestiti. Ma se, come è scritto nella legge di bilancio, il debito pensi che cali di un’inezia a fronte di una crescita che non riuscirai a raggiungere, ciò comportando una crescita del debito, allora vendere per scalfire il debito serve a nulla, anche perché non viene scalfito.

Il tema, dunque, non è se si venderà o meno una quota di Eni, ma in che circostanze e a quali condizioni s’intende farlo. Tema che meriterebbe un dibattito parlamentare, se solo ci fossero Aule che dibattono e opposizioni che non si limitano a dibattersi. Se la vendita di patrimonio ha una strategia, se non è un pannicello tiepido destinato a gelarsi in fretta, significa che lo Stato ha deciso di mettere il peso dei propri beni – a cominciare da quelli improduttivi – sulla bilancia del debito. Bene. Ma, in questo caso, non si assisterebbe all’assurdo di vendere patrimonio produttivo e rimandare all’infinito la messa a reddito di patrimonio prezioso, come le spiagge o come le dighe.

Qui è tutto un correre contro l’uso del patrimonio a condizioni di mercato, salvo poi vendere patrimonio che è già sul mercato. Anziché fare una inutilissima e ipocrita mappatura delle spiagge – già esistente e che è vergognoso supporre non esista, per giunta a cura degli stessi che non vollero riformare il catasto – sarebbe utile una mappatura accurata di tutti i beni immobili pubblici non funzionali, delle loro intestazioni formali e dei vincoli che gravano su ciascuno. Tre mesi di lavoro per potere poi valorizzare un patrimonio il cui contributo al calo del debito sarebbe ben superiore a un già difficilmente raggiungibile 1% di Prodotto interno lordo, da incassare con altre vendite.

Se vendo l’Eni e compro l’ex Ilva sto vendendo quel che rende e comprando quel che perde. Si dirà: certo, perché la prima cosa si vende meglio. Ma così ci si rovina in fretta, perché dico di vendere per scalfire il debito e compro quello che produce debito. Può avere senso – forse – fare l’una e l’altra cosa, ma dopo avere chiarito in che tempi e in che modi intendo poi rifarmi del capitale e restituire la produzione agli investitori privati. Che se non si trovano è segno che non sarà mai produttiva, quindi è già morta. Invece si tratta di partite giocate a colpi d’interviste, senza una univoca, riconoscibile e tracciabile politica di governo. Neanche d’opposizione, si dirà, ma qui il mal comune non dimezza il danno.

L’asfissiante peso del debito può essere alleggerito non soltanto alienando patrimonio, ma mettendosi nelle condizioni di crescere. Ciò comporta piena applicazione e realizzazione del Pnrr, a partire – non a finire – con le riforme. Ma significa anche chiamare il risparmio privato e gli investimenti dall’estero non a cercare una rendita di posizione, ma a scommettere sulla crescita. Fa bene il ministro dell’Economia a cercare investitori nel debito: lo fecero i suoi predecessori e lo faranno i suoi successori. Fa bene perché è necessario, ma quel solo investimento è uno scommettere sulla rendita, non sulla crescita.

Il risparmio italiano è altissimo ma, per la parte relativa al mercato e alla scommessa sullo sviluppo, in grande parte investito all’estero. Noi cerchiamo compratori esteri nel mentre compriamo all’estero. Ed è giusto, perché con i miei soldi ci faccio quello che mi pare. La parte meno esaltante è che mi si sollecita a investirli in Italia per finanziare un debito che blocca la crescita, anziché favorirla. Oppure mi dicono: compra Eni, tanto non cambia nulla. Allettante, ma solo come rendita. Fare cassa è solo grancassa, se non c’è un’idea per cambiare e crescere.

Davide Giacalone, La Ragione 20 gennaio
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