Economia

I conti e la sora Camilla

Se si parlasse di quattrini, anziché affidarsi alle paure e puntare sulle promesse prive di senso, qualcuno starebbe a sentire. Anche perché una politica dedita al progandismo un tanto al chilo induce l’impressione che le cose dell’economia possano essere affidate ad una specie di pilota automatico, capace di orientarsi con le agenzie di rating e i sermoni della Corte dei Conti. Con quei punti cardinali, invece, ci si va a schiantare.

La cosa grottesca è che mentre la politica e i commenti pendono dalle labbra di contabili poco trasparenti, gli economisti veri ci sollecitano a considerare che il problema è politico, comporta scelte e non si risolve con gli oroscopi statistici. Lo ha fatto Armayta Sen, premio nobel, ricordandoci che il problema europeo è politico e istituzionale, non monetario. Lo ha fatto Paul Krugman, altro nobel, avvisando che “in Italia il debito è ampio ma non il deficit”, pertanto “non c’è il rischio d’avvitamento”. Lo ha fatto Jean-Paul Fitoussi, sottolineando che gli analisti del rating lavorano nella più totale opacità dei criteri e delle finalità. E, aggiungendo comico al grottesco, questi demolitori d’allarmi sbagliati sono uomini la cui cultura non è certo destrorsa, o dedita al liberismo senza attenzioni sociali. Semmai il contrario. Ma che importa? Quel che conta è che lo stridere delle sirene torni utile alla propaganda politica, fatta sul niente.

Né può bastare che Moody’s e Fitch abbiano appena finito di smentire l’outlook negativo di Standard & Poor’s, perché questo sarebbe un banale adagiarsi sulla propaganda di segno opposto. L’Italia ha un problema enorme, che si chiama debito. Questo, a sua volta, impedisce d’usare la spesa pubblica per alimentare lo sviluppo. La distanza fra la crescita del nostro pil e quello della Francia è, in gran parte, dovuta a mancanza di spesa pubblica aggiuntiva. Siccome si tratta di problemi antichi e non occultabili, tocca alla politica trovare altri modelli di sviluppo. E ci sono.

La Corte dei Conti (che, di suo, è un’istituzione inutile, costosa e rallentatrice, quindi un ostacolo allo sviluppo) calcola in 46 miliardi la necessaria riduzione annua del debito. Ricetta contabilmente corretta, ma sostanzialmente mortale: niente diminuzione della pressione fiscale, niente spesa per lo sviluppo e tagli di quella portata. Il paziente stramazza, nel mentre si risana. Aggiungono, i signori giudici, che si deve fare uno sforzo pari a quello che ci portò ad entrare nell’euro. Parallelo ardito, perché si potrebbero ricordare i trucchi contabili che accompagnarono quella stagione, a cominciare dall’occultamento del debito sanitario, spostato in capo alle regioni, ma non per questo domato (anzi, terribilmente cresciuto). Che capiterebbe se qualcuno ci spingesse a rifare le somme? Chi mai potrebbe governare un simile passaggio? Si deve agire prima, si deve fare politica e si deve parlare, agli italiani, il linguaggio della serietà, non quello della fiera paesana.

Nessuno è veramente capace di tagliare la spesa pubblica, anche perché nessuno sa com’è veramente composta. Si va alla cieca, tagliando i totali a fondo pagina. Invece si può risparmiare creando ricchezza, se solo s’imbocca la strada della cessione al mercato di quel che non c’è motivo sia statale. Se chiedo ad un privato di amministrare il personale pubblico, ottimizzandone la formazione, distribuzione e produzione, consegnandogli la spesa attuale e chiedendogli una riduzione del 10% in cinque anni, mi si crea la fila dietro la porta. Il privato guadagna e innova, i dipendenti restano gli stessi e lo Stato risparmia. Pensate alla gestione del personale scolastico, con relativa valutazione della qualità: ci si guadagna contabilmente e ci guadagnano gli studenti, quindi la collettività. Pensate alla gestione sanitaria: qui si possono fare affari d’oro, togliendo i soldi da mani incapaci e da controllati che coincidono con i controllori.

Il dato rilevato dall’Istat era a tutti noto, tanto che lo abbiamo scritto qualche centinaio di volte: la crisi è pagata da giovani e donne. Per non tenerli fuori dal mercato del lavoro si deve renderlo più permeabile, in entrata e in uscita. Non servono più garanzie, ma l’opposto: più libertà. Se si predicano le protezioni si raccolgono le occupazioni delle prefetture, dei municipi e delle piazze. La nostra arretratezza s’incarna in una politica che non sa raccontare la realtà, producendo proteste che sono fuori dal mondo reale.

Non si può abbassare la pressione fiscale? Lo sapevamo già e l’abbiamo scritto, ma si può riformare il sistema, incentivando chi produce ricchezza, penalizzando chi campa di rendita e recuperando una sovranità minacciata dal 17% di pil che sfugge alla legalità.

Ci vuole politica. Idee chiare e scelte nette. Invece produciamo brodini insipidi, capaci della stessa morigeratezza delle zitelle, spinte alla castità non dalla morale (quale?) ma dalla mancanza di libertà. A perder tempo, e ne stiamo perdendo tanto, si finisce come la sora Camilla, che tutti la vogliono e nessuno se la piglia.

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