Economia

Inciuci e disoccupati

La politica divora sondaggi, ma deve stare attenta a non farsi divorare dalla realtà. La percezione delle cose, inoltre, non sempre coincide con il loro stato effettivo: quando una malattia cova c’è il caso che il già affetto appaia fresco come una rosa, e, all’opposto, quando è stanco è prostrato può ben aver già risolto il problema. Se la percezione è positiva, i sondaggi premiano chi cavalca il buonumore. Se è negativa, però, c’è il rischio che puniscano quanti non nascondo la necessità della cura. La qualità di una classe dirigente si riconosce dall’attitudine a non anteporre un piccolo vantaggio polemico ad un grande problema collettivo, oltre che dal non essere una banderuola al vento dei sondaggi.

Dice Massimo D’Alema che “gli inciuci, a volte, servono”. Non mi è chiaro perché si debba usare un tale linguaggio, cedendo ad un’egemonia culturale mastelliana che, di per sé, è già segno dei tempi. Ma il concetto è giusto: può essere utile che si realizzino convergenze su temi specifici, senza interpretare i confini fra maggioranza ed opposizione come fossati invalicabili. Si chiama “democrazia parlamentare”, e fa piacere che, sebbene di rado, taluno ne ricordi l’esistenza e l’essenza. Quel che preoccupa, però, è la costante assenza di contenuti. Si parla tanto delle forme politiche, ma pochissimo di ciò cui servono. E’ singolare, ad esempio, che a richiamare l’attenzione sulla riforma degli ammortizzatori sociali sia, ripetutamente e giustamente, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Un non eletto, un non legislatore. Gli eletti, i legislatori, parlano d’altro, e prevalentemente di se stessi.

Fra il terzo trimestre del 2008 e quello del 2009 sono stati persi 500 mila posti di lavoro. Una brutta botta, è vero, ma meno forte di quella subita da altri Paesi. La disoccupazione ufficiale è sotto la media europea (secondo me è uguale, ove correttamente contata), ma quella giovanile ha superato il 23%. Nel sud raggiunge un impressionante 32,5, mentre al nord si ferma al 18. Nella fascia d’età fra il 15 e i 24 anni il tasso d’occupazione italiano è 14 punti sotto la media europea. I disoccupati di lunga durata, quelli che non lavorano da più di un anno, sono il 4,7% al nord e il 18 al sud. Ci sono, quindi, due linee di frattura che tendono a spezzare l’Italia: una geografica, l’altra anagrafica.

Possiamo permetterci di aspettare la ripresa, contando che risolva questi problemi? Neanche per idea. Draghi ha ricordato due cose, circa la ripresa: a. è sostenuta dalla spesa pubblica (non nostra, quella di altri Paesi, favorendoci nelle esportazioni); b. è lenta. Ciò significa che il 2010 non sarà l’anno del riassorbimento della disoccupazione, né quella stabile, né quella nuova. Non ci risolverà alcun problema interno, pertanto, e, semmai, porterà ad un aumento dei tassi d’interesse e dell’inflazione, vale a dire ad un maggior costo del debito pubblico e un minore potere d’acquisto reale delle famiglie. O ci mettiamo del nostro, o, di suo, questa spinta è troppo lieve e contraddittoria per portarci da qualche parte.

Da qui, appunto, il tema degli ammortizzatori sociali. Così come sono rischiano d’ingessare l’ingiustizia. Funzionano, difatti, salvando non i lavoratori dalla povertà, ma i posti di lavoro dall’estinzione. Nel breve sono utili, perché se la crisi è congiunturale l’azienda sospende un costo e il lavoratore torna esattamente al suo posto, non appena possibile. Ma se l’inverno si fa lungo, quello stesso intervento ha effetti negativi: sia lasciando in vita posti strutturalmente improduttivi, sia tenendo fuori dal mercato del lavoro chi non ha la fortuna (tutta anagrafica) d’esserci entrato prima. Se la crisi è lunga, come lo è l’attuale, distorcono il mercato. E non conta un piffero che siano stati concepiti per il bene, né che i sindacati li difendano, perché approfondiscono sia la frattura generazionale che quella nazionale.

Il nostro enorme debito pubblico c’impedisce di utilizzare la spesa pubblica in deficit per sostenere il mercato ed i consumi. Possiamo, e dobbiamo, agire con una legislazione anticongiunturale. Non potendo spendere quattrini, cambiamo le regole che non funzionano e predisponiamoci al meglio. Di questo ha bisogno il mercato del lavoro, anche riformando ammortizzatori che, comunque non ammortizzano nulla per almeno 1 milione e 600 mila lavoratori ufficiali, cui si devono sommare quelli del sommerso. Come? Rivolgendo l’aiuto a chi cerca lavoro, ma svincolandolo dal lavoro preesistente (se c’è); premiando chi si aggiorna e forma e non chi attende di rifare sempre la stessa cosa; agevolando chi accetta lavori diversi e non chi pensa di tornare esattamente dove si trovava. Il che, oltre tutto, aiuta anche sul lato aziendale: favorendo l’uscita dal mercato di chi non è competitivo e agevolando l’ingresso di chi vuol mettersi alla prova ed accetta il rischio. Una potente iniezione di vitalità.

Su queste cose la politica dovrebbe sperimentare quelle robe che chiamano “dialogo” e “confronto”, che, più linearmente, significano: ciascuno dice quel che pensa e vediamo poi se ci sono possibilità d’accordi. Bello, chiaro e trasparente. Se, invece, ci si nasconde, se in privato si manifesta consapevolezza della situazione, per poi, in pubblico, non rinunciare a qualche scontata esibizione, allora, in effetti, l’unico risultato possono essere gli inciuci. Un fenomeno linguistico interessante, con l’idioma vernacolare che meglio definisce la deriva fallimentare.

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