Economia

InDebito

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Il tema collettivo non è difendersi dalle regole del Patto di stabilità e crescita – nella sua versione attuale o in quella che si sta negoziando – ma avere regole capaci di difendere ciascuno e l’intera area europea dalle turbolenze del mercato, generando stabilità e affidabilità capaci di assicurare tranquillità ai produttori di ricchezza. Non c’è un indebito ingerirsi negli affari altrui, semmai il bisogno di protezione quando si è troppo in debito. Il mondo non è popolato da angeli ansiosi di danzare in armonia (al momento i demoni delle guerre hanno rimesso piede ai margini di casa nostra): regole di convivenza e convenienza sono preziose.

A proposito del Patto e delle sue regole, il ministro dell’Economia ha detto che «la riduzione del debito dev’essere graduale, realistica e sostenibile». Più che giusto. Un po’ come le cure dimagranti: devono essere graduali e costanti, mentre chi promette dimagrimenti di trenta chili in una settimana è un bidonatore o un seppellitore. L’importante è dimagrire, perché l’obesità non è giuliva, fa vivere a fatica e comporta rischi. Il debito deve diminuire gradualmente, ma è importante che diminuisca, perché averne troppo toglie energia alla crescita e sovranità all’indebitato. Questo non perché lo chiedano i parametri o il Patto, ma perché lo chiedono il buon senso e il senso di responsabilità. Il problema è che il peso percentuale del debito sul Pil rischia di aumentare. Non è una gran cosa dimagrire di mezzo chilo pesandone cento, ma qui si rischia di ingrassare. E ciò, nel negoziare il Patto, è un problema.

Che si debba far calare il debito lo dicono tutti, ma la questione è che siano credibili. Non soltanto perché noi italiani abbiamo usato la stagione dei tassi d’interesse bassi per indebitarci di più – salvo poi dare la colpa del debito crescente al rialzo dei tassi (il che è grottesco) – ma perché siamo anche quelli che tengono ferme le garanzie bancarie europee ostinandosi a non ratificare la riforma del Mes, salvo avere il ministro degli Esteri che sostiene si debba ratificarla, quello dell’Economia che non sa più cosa rispondere ai colleghi e l’intero mondo politico che sa benissimo di dovere ratificare ma non riesce a scollarsi dalle fesserie che raccontò. Tutto ciò non giova alla credibilità.

Ci sono occasioni preziose, per essere credibili. Si spera che la settimana prossima sia l’ultima in cui la menata del Mes occupi la scena. Basta: fate quello che sapete di dovere fare. Se non riuscite a usare parole di verità, inventate pure qualche bubbola su presunte e inesistenti modifiche e contropartite. Poi ci sono le vendite di patrimonio pubblico: bene il cominciare a piazzare quote di Poste, bene chiudere la partita Monte dei Paschi di Siena, benissimo mettere in cantiere la valorizzazione e vendita di tanta parte del patrimonio immobiliare pubblico, che nel suo deperire è un costo anziché una ricchezza. Ma piantando un paletto immodificabile: i soldi che si ricavano da dismissione di patrimonio vanno a diminuzione del debito. Che è poi il solo modo per farne scendere il peso senza puntare esclusivamente su una crescita economica che superi costantemente la velocità con cui cresce il costo degli interessi.

Guardiamo la cosa da un altro punto di vista, per capire quanto sia possibile fare quel che è necessario. Il governo ha presentato una proposta di legge di bilancio complessivamente prudente, benché non molto significativa. Dopo averla presentata ha avvertito che era da considerarsi immodificabile. Dopo di che, mentre dall’opposizione si presentano valanghe di emendamenti suicidi, il governo stesso presenta modifiche alla sua proposta immodificabile. Vuol dire che il governo ha un controllo totale dell’iter parlamentare. Altro che premierato! In queste condizioni il governo può fare molto. A fermarlo possono essere soltanto le divisioni interne e queste – a giudicare dall’insistenza con cui s’impegnano a negarne l’esistenza – sembrano essere crescenti e significative.

Davide Giacalone, La Ragione 10 dicembre 2023

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