Economia

Italia senza né energia né ecologia

Non è ancora la politica energetica comune di cui avvertiamo la convenienza e l’urgenza, ma l’allarme lanciato dalla Commissione europea è già molto significativo. Prende le mosse dalla necessità di limitare l’emissione di gas serra, con l’occhio rivolto ai problemi dell’inquinamento e del clima, e per questa via giunge a chiedere un impegno più forte nel campo delle energie pulite e delle fonti rinnovabili.

L’Italia è drammaticamente indietro su tutti e due i fronti.

Quando si parla di produzione d’energia senza emissione di gas serra si parla di nucleare, settore nel quale l’Italia è del tutto e colpevolmente assente. Un giorno o l’altro si dovrà pur prendere atto che non c’è mai stato alcun referendum contro l’energia nucleare, che i quesiti si riferivano alla localizzazione ed agli sconti energetici, che è vero gli italiani votarono contro quella fonte, ma è anche vero che questa cavolata da populismo falso ecologista l’abbiamo già pagata abbastanza. Nel frattempo ci ritroviamo con 59 centrali nucleari in Francia, 23 in Inghilterra e 17 in Germania, dove il governo medita di riprenderne lo sviluppo. Ce ne sono 6 nella Repubblica Ceca, 6 nella Slovacca, 4 in Bulgaria ed Ungheria, 2 in Romania ed una in Slovenia. Noi siamo un’isola d’arretratezza ed oscurantismo, naturalmente senza alcuna garanzia nei confronti d’eventuali (e fortunatamente fin qui inesistenti) incidenti.

A parte il nucleare, siamo uno dei paesi più soleggiati, ma non sfruttiamo quella fonte per trasformala in energia. Gli impianti eolici sono divenuti la nuova moda del non fare, non mettere, non collocare, con il risultato che se ne mettono troppo pochi e si deturpa il paesaggio senza neanche trarne energia in quantità apprezzabile. Nel campo delle biomasse potevamo essere all’avanguardia, eravamo partiti per tempo, ma ora ne traiamo una percentuale irrilevante del fabbisogno energetico nazionale.

La nostra produzione dipende larghissimamente da importazioni di petrolio e gas, il che non solo è costoso, non solo è inquinante, ma ci espone al rischio di dipendere da fornitori non sempre raccomandabili. Il monito della Commissione, severamente rivoltoci, è quindi più che giustificato.

Noi italiani abbiamo tutta la convenienza, economica, politica ed ambientale ad aprire una nuova stagione energetica, a finanziare la ricerca e la realizzazione di fonti alternative, risalendo piano piano la scala percentuale di differenziazione che oggi ci vede agli ultimi gradini. E’, questa, una sana politica d’interesse nazionale, ed è anche la versione intelligente e non propagandistica di una compatibilità ecologica sempre meno eludibile.

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