Economia

La battaglia della grana

Il paradosso del governo commissariale riverbera la contraddizione di cui è figlio: chiamato in quanto tecnico, dopo il fallimento della maggioranza politica, si ritrova con una non maggioranza che continua ad assegnargli contrapposti compiti politici. Gode d’inarrivabile consenso sondaggistico, ma in quei carotaggi della disfatta Italia finisce puntualmente in minoranza quel che il governo stesso intende fare. Nasce per sottrarre alle urne il loro potere, ma ha nelle urne virtuali la fonte del proprio potere. Concentra su di sé l’attenzione, laddove i veri protagonisti (negativi) di questa stagione sono i “dead parties walking”, quei grossi partiti oramai ridotti a morti che camminano.

Pier Luigi Bersani è volato a Parigi per portare il suo appoggio al candidato socialista, condividendone la richiesta di modificare il fiscal compact, ovvero quel trattato, non ancora ratificato, che ridurrebbe l’Europa a mera landa dei parametri. Nella capitale francese incontra il mio plauso e il mio voto, che già avevo idealmente dato a François Hollande. Ha fatto bene. Il guaio è che i partiti che ha incontrato, dai socialisti francesi ai socialdemocratici tedeschi, si trovano all’opposizione e detestano la torta Sarkel, mentre lui si trova in maggioranza e appoggia il governo che si fece vanto d’avere fatto rientrare l’Italia in quella pasticceria.

Angelino Alfano prorompe in un “forza Elsa”, invitando il ministro del welfare a non mollare sulla riforma del mercato del lavoro. E fa bene. Però dimentica di aggiungere che quella forza è mancata al governo di cui lui stesso fece parte e nasconde il dato più rilevante: la flessibilità in uscita è importante, benché sia inutile evocarla solo per il futuro e solo per i futuri lavoratori, ma è ancora più rilevante la flessibilità in entrata, ove il governo in carica si sta muovendo fuori dalla linea indicata da Marco Biagi, sottoponendo tutto a occhiuti ispettori e continuando a considerare il contratto diverso da quello a tempo pieno e indeterminato come una specie di bruttura e anomalia. Andando in senso opposto la legge Biagi ha creato posti di lavoro. Singolare che non lo rivendichi chi la fece approvare.

Sono solo due esempi, se ne potrebbero aggiungere altri. Sono due trappole logiche che dimostrano le insanabili contraddizioni in cui si trovano. La loro estrema debolezza politica è data dal volere cose che non sono stati o non sarebbero capaci di fare. Un po’ come dire: se fate tornare noi al governo va a finire che ricominciamo a scannarci su una qualche castroneria ingiustificabile (come le telefonate in questura per far tornare Ruby alla sua attività), o a selezionare amministratori pronti a fregarci e arricchirsi, o a pretendere di tenere assieme forze e interessi che assieme non possono stare, quindi continuate a far governare i commissari, ma senza umiliarci. Impossibile offenderli più di quanto non ci riescano da sé soli!

Intanto il governo incassa consensi non perché omogeneo (oramai i ministri si dividono su quasi tutto) o efficace, ma perché “altro” rispetto allo spettacolo fin qui visto. Ma il non dovere affrontare il voto popolare genera non meno gravi storture. I veri fatti, fin qui, consistono in tasse. La pressione fiscale portata all’eccesso, corroborata dalle “battaglie della grana”, contro gli evasori, va a braccetto con la recessione. Mentre il decreto liberalizzazioni s’è salvato, nella sua immagine pubblica, grazie a quanti hanno protestato. Non ci fossero stati tassisti, farmacisti e avvocati sarebbe emersa l’assenza delle reclamizzate liberalizzazioni. Stessa zuppa si prospetta per il lavoro, dove i migliori alleati del governo sono le parti sociali che protestano, in questo modo facendo credere imminente una rivoluzione che non c’è.

E’ l’aumento della pressione fiscale, coniugata al deglutire la Sarkel, che ci ha fatto approfittare dell’unica operazione politica degna di tale nome, ovvero la messa in circolazione, da parte della Bce, di mille miliardi destinati a sostenere non il sistema produttivo, ma il debito pubblico improduttivo. Il resto è scena, che pure ha dignità di grande rappresentazione perché la politica non riuscì nemmeno in quella. E il tutto si regge proprio perché le uniche urne con cui fare i conti, per il governo, sono quelle virtuali.

La sorte dei “dead parties walking” non addolora più di tanto. E’ l’idea del tempo e delle energie sprecate che disturba.

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