Economia

La cavia

Ci apprestiamo a far da cavie. Questione di poco tempo e il più significativo esperimento sulla tenuta dell’euro sarà fatto sull’Italia. Mettere alla prova lo spread, il differenziale di fiducia fra Italia e Germania, sarà l’esercizio decisivo per sbirciare il futuro del vecchio continente.

Nell’aprile dell’anno scorso (alla faccia di chi dice che certe cose non si possono prevedere) scrivevamo di come evitare di procedere al ritmo del sirtaki. Come non fare la fine della Grecia. Poi avvertimmo le note del flamenco, quindi quelle del fado. Adesso cerchiamo di capire perché sono venuti a ballarci sulla testa. Le forze che puntano alla divaricazione europea e a mettere in crisi l’euro non dipendono da noi, la ragione per cui siamo divenuti della cavie, invece, sì.

Angela Merkel continua a perdere le elezioni. Crollano i suoi alleati liberali, che già la detestano, ma non crescono significativamente i socialdemocratici. Si avvantaggiano i verdi. Ma se guardiamo bene le urne tedesche, come quelle del Meclemburgo, il messaggio suona in modo diverso: ha votato solo il 53,5%. Anche Nikolas Sarkozy perde le elezioni e anche in Francia a minacciare il suo futuro presidenziale non è tanto l’opposizione socialista, che fra erotomani e candidati figli, amanti e compagni, non ne dispone di uno decente, quanto la rivolta e la disaffezione del proprio elettorato. Ciò spinge i leaders di questi Paesi non a cercare nuove politiche, ma a dimostrare d’essere tornati quelli che gli elettori votarono. Con l’aggravante che per fare politica si aspettano le sentenze (corte costituzionale tedesca, su aiuti alla Grecia). Morale: non tira aria di svolte europeiste e pro-eurobond, semmai di spifferi isolazionisti. E’ un guaio.

I mercati oramai sanno che speculare contro l’euro non è troppo pericoloso, e tendono ad alzare la posta. In quale crepa dell’euro vale la pena, oggi, ficcare il piede di porco e provare a spaccare tutto? In Italia. Perché la Grecia è troppo piccola e politicamente conta poco (specie se non si ritiene la Turchia una minaccia islamica). Ai greci saranno imposti rigori durissimi, tanto poi faranno solo finta di rispettarli. Perché la Spagna s’è sottratta all’essere più esposta, e lo ha fatto con due mosse azzeccate: a. la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio (che non ha un valore economico, ove, anzi, credo sia un errore, ma politico, perché votata da socialisti e popolari, quindi segnalando che il sistema è in grado di reagire); b. l’annuncio dell’attuale capo del governo che non si ricandiderà. La miopia dell’asse franco-tedesco lascia sguarnita la trincea europea e le decisioni spagnole hanno esposto le non decisioni italiane.

A nostra difesa rimane la Bce, che compra titoli del debito pubblico. Ma dura poco e forse è già finita. Nel frattempo abbiamo passato l’estate a pasticciare e per seguire l’andamento della discussione ci sarebbe voluta una trasmissione tipo: tutta la manovra minuto per minuto. Da mandare in onda sette giorni su sette. Maggioranza e opposizione non hanno uno straccio di comune consapevolezza e disponibilità alle riforme istituzionali. E chi lo rileva è poi pronto protestare contro qualsiasi cosa si decida, come si è dimostrato nelle ore orride e grottesche in cui si discusse dei contributi figurativi. Se è possibile inviare una cartolina a Cernobbio: ma voi dove eravate mentre i vostri giornali giocavano (e giocano) al tanto peggio tanto meglio? Oggi la Cgil sciopera, perché l’unica cosa che le interessa è l’equilibrio interno al sindacato e fra sindacati. Chi governa pensa di ricandidarsi a quel posto, anziché fare il necessario e imporsi come vero governante. A sinistra è già tanto se non si massacrano fra di loro.

Ecco, allora, che siamo divenuti la cavia perfetta. Perché o ci mollano o ci commissariano. O ci lasciano al nostro destino, facendo saltare l’euro, o ci salvano dai difetti istituzionali della moneta unica e da noi stessi, ma sottraendoci sovranità, come oramai dicono anche ministri in carica. Con questo governo o con un altro, cambia poco. La cosa rilevante, che preoccupa chi non ha perso la testa, è che si salva la moneta danneggiando la democrazia. Questo è il dilemma che rende annaspanti le classi dirigenti, e non solo la nostra.

Peccato, perché le cose da farsi, dalle privatizzazioni alle liberalizzazioni, dai tagli alla spesa alla riforma di previdenza e mercato del lavoro, non sono solo necessarie, ma anche belle, giuste e promettenti. A saperle fare, però.

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