Economia

La crisi e i polli

Fra qualche giorno la smetteremo di parlare delle liste elettorali, di quelle che neanche si riescono a presentare e di quelle che contengono tali schifezze da sollecitare il disgusto di chi le guida. Fra un mese smetteremo di parlare d’elezioni regionali, i cui risultati serviranno a regolare i conti all’interno delle coalizioni, ma, per il resto, cambieranno poco. Non smetteremo di parlare di processi, naturalmente, perché quella resterà una costante del sovrapporsi fra giustizia e politica, con la prima che ha smesso d’essere tale e la seconda che non ha neanche imparato. Arriverà la primavera e non sapremo più come distrarci dai dati della crisi economica, che è data dal sommarsi di quella internazionale ai guasti propri del nostro mercato interno.

La propaganda di parte lascia il tempo che trova, i battibecchi faziosi si elidono a vicenda, perché il quadro complessivo racconta la storia di un Paese che ha perso classe dirigente, che s’arrabatta sul quotidiano, ma non alza lo sguardo oltre l’orizzonte temporale del mese. I catastrofisti sono i degni compari dei giulivi, posto che gli uni e gli altri detestano la realtà. Che può riassumersi in pochi dati.

Nel 2009 il nostro prodotto interno lordo è sceso del 5%, ponendoci allo stesso livello di crisi della Germania, della Gran Bretagna e del Giappone, mentre gli Usa hanno perso la metà e la Francia ancora meno. Però noi siamo gli unici, fra i grandi, a sommare due anni di recessione, perché già nel 2008 avevamo registrato una perdita dell’1%. All’alba del 2010 le cose vanno meglio, ma cresciamo nettamente meno degli altri, il che significa che ci metteremo il doppio del tempo, se non scivoliamo ancora, per tornare al punto di partenza, mentre gli altri già si lamentano della lentezza nella ripresa. Il nostro debito pubblico è schizzato a 115,9 sul pil, il secondo del mondo sviluppato, ci battono solo i giapponesi. Mentre il deficit sul pil è già al 5%, quindi fuori dai parametri europei. E tutto questo capita non perché, come altri, si sia speso in deficit, si siano fatti investimenti o si sia esagerato nei salvataggi, bensì perché diminuisce la ricchezza prodotta, quindi salgono automaticamente tutti i parametri negativi. Diciamolo in modo piatto e scomodo: con questi ritmi di crescita non riusciamo a reggere il debito pubblico.

L’ultima moda suggerisce di sommare il debito pubblico a quello privato, così dimostrando che l’Italia è in linea con gli altri grandi. E’ solo un artificio retorico, che può ritorcesi contro chi lo usa: le famiglie italiane sono assai meno indebitate non solo di quelle americane o irlandesi, ma anche di quelle tedesche, e sono assai più patrimonializzate. Bellissima cosa, tanto più che i patrimoni privati ammontano a dieci volte il debito pubblico. Ma dove portano queste premesse? A pavoneggiarsi con le virtù private o alla tassa patrimoniale? Tutti la escludono, ma resta sullo sfondo, in caso di bisogno. A proposito di tasse, la pressione è aumentata, fra il 2008 e il 2009, e mi sa che aumenterà anche nel 2010. Anche questo è un effetto aritmetico della contrazione della ricchezza prodotta, ma è anche il contrario del programma politico di chi governa.

La disoccupazione è inferiore alla media europea. Che bello. Ma non solo è in continua crescita (dal maggio del 2008) è anche calcolata al netto della cassa integrazione a zero ore, che se fosse contabilizzata come sussidio alla disoccupazione ci avvicinerebbe subito alla media, e riguarda un universo degli occupati inferiore a quello degli altri Paesi europei. Se contassimo pere con pere e patate con patate, insomma, ci collocheremmo già sopra la media europea. E siccome cresciamo meno degli altri, ne deriva che non miglioreremo.

Un Paese di faziosi incoscienti gioca con questi dati, ignorandoli, mischiandoli o colorandoli, per esercitarsi nell’inutile arte di dar la colpa agli avversari. Se la piantassimo, come sarebbe ora, si potrebbe convenire su due punti: a. Giulio Tremonti ha fatto bene ad accompagnare la crisi senza aprire il portafogli; b. le necessarie riforme strutturali non le ha fatte nessuno. Siccome sono riforme profonde, anche istituzionali, che attengono al mercato del lavoro, al diritto d’impresa, all’istruzione, alla giustizia, alla capacità di governare e legiferare, sappiamo già che nessuna coalizione è capace di farle da sé sola, perché, al contrario, ciascuna delle due è capace solo di bloccarsi all’interno. E siccome alle riforme deve accompagnarsi la spesa pubblica, che rilanci investimenti e sostenga il mercato, questo comporta un rigore assoluto in quella corrente, e, anche qui, ciascuna coalizione ha già dimostrato di saper galleggiare sul contrario.

Si dirà: vabbe’, siamo andati avanti fin qui, perché mai non si potrebbe continuare? Perché, purtroppo, i greci hanno dimostrato che si può far bancarotta dentro l’euro (con un debito pubblico inferiore al nostro). Ecco perché.

Dopo di che, possiamo comodamente continuare a scucuzzarci, convinti che il mondo intero si riduca alle nostre beghe. Come in quella pagina manzoniana, ove si parla dei polli che Renzo porta all’Azzecca-garbugli, un personaggio che, oggi, va per la maggiore: “Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.

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