Economia

L’anno dello spread

L’anno che se ne sta andando sarà ricordato come quello dello spread. L’anno che arriva si aprirà con un ulteriore incrudelirsi della distanza fra i tassi d’interesse che ciascun paese dell’Unione paga, per compensare chi investe soldi nei titoli del proprio debito pubblico. Ieri la differenza fra i tassi italiani e quelli tedeschi ha raggiunto 520 punti basi. Uno spread da paura, impossibile da reggersi. Oggi tutti scriveranno che si tratta di una faccenda tecnica, del cambio di benchmark, vale a dire del titolo di riferimento: non più il Btp a scadenza 2021, ma quello a scadenza 2022, meno liquido e più sfavorito. Ma lasciate perdere, perché stare poco sotto o poco sopra la soglia dei 500 punti non fa una gran differenza, perché non è sostenibile neanche una differenza assai più bassa.

A questo si aggiunga che subito all’inizio del 2012 giunge a scadenza un ammontare alto di titoli, che vanno rinnovati. A quei tassi è un suicidio. Il nostro debito ha scadenze abbastanza spalmate nel tempo, in condizioni normali, pur restando intollerabilmente alto, è comunque gestibile. Ma a quei tassi significa indebolire troppo l’Italia, impiombarle le gambe e pretendere che corra al ritmo degli altri. Impossibile. Le nostre aziende e i nostri cittadini si troveranno, per troppi anni, gravati da un peso fiscale eccessivo, il che ne fiaccherà la competitività e la capacità di sviluppo. Un massacro. Colpa nostra? Il debito pubblico troppo alto sì, quella è roba che dobbiamo rimproverare a noi stessi. In particolare dobbiamo rimproverarci di non averlo abbassato negli anni in cui sarebbe stato meno doloroso. Ma il resto no, l’esplosione degli spread non è colpa nostra, quella dipende da una deficienza dell’euro e dell’Europa.

La crisi del debito ha colpito prima gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma ne sono usciti, o, in ogni caso, ne hanno attutito l’effetto allargando la base monetaria, stampando moneta. Le loro banche centrali sono lì per fare quel mestiere, e non si sono tirate indietro. In questo modo hanno anche salvato il salvabile del sistema creditizio, senza il quale il mondo produttivo si ferma. Tali scelte non sono state indolori, provocando anche delle ingiustizie: il debito pubblico pesa su tutti, ma i beneficiari principali sono solo alcuni. E’ una questione che peserà sulla politica, naturalmente, ma non c’era altra ricetta che potesse avere analogo e immediato effetto. L’euro e l’Europa, invece, si ritrovano con una banca centrale, la Bce, che non è una banca centrale. Semmai una specie di istituto per la standardizzazione contabile. Prima Jean-Claude Trichet, poi Mario Draghi hanno usato tutti gli spazi disponibili per non restare inerti. Ma sono esigui, insufficienti.

Da questa constatazione si è partiti, dopo i catastrofici errori commessi da tedeschi e francesi di fronte alla crisi greca, per avviare la riforma dei trattati, in modo da evitare che l’Unione europea si ritrovi a combattere senza armi e con una mano legata. Adesso è in questa, deprecabile, condizione. Attorno al progetto di riforma s’è raccolto un consenso vasto, ma solo apparente. Quando leggemmo le conclusioni del Consiglio europeo, tenutosi a Bruxelles, scrivemmo subito che si era trattato di un insuccesso, di un buco nell’acqua. Dagli effetti pericolosi. Allora prevalsero i commenti più accomodanti. Sbagliavano, di grosso: il tempo immaginato per la riforma è del tutto incompatibile con quello dei mercati.

All’inizio della crisi sostenemmo la necessità degli eurobond, vale a dire di titoli del debito pubblico europeo, destinati a colmare la buca degli spread. Con il senno di poi possiamo dire due cose: a. era la via giusta; b. la si fosse imboccata subito sarebbe costata assai meno di quel che costerà salvare l’euro e l’Europa.

Continuo a ripetere “euro ed Europa”. Me ne scuso con il lettore, ma il punto è proprio questo: le due cose sono indissolubili, la loro sorte è comune, se salta la moneta unica salta un disegno, politico e culturale, cui ci si è dedicati dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Basta il dissenso inglese, il chiamarsi fuori di Cameron, per dovere prendere atto della sconfitta? No, non basta. Prima di tutto perché quella scelta, compiuta nell’interesse degli inglesi, è una conseguenza dell’atteggiamento, miope e misero, adottato da tedeschi e francesi. Poi perché l’Unione non può funzionare secondo le regole dell’unanimità, è giusto che vada avanti a maggioranza. Ma è impossibile che vada avanti sotto la guida di un direttorio, improvvisato e illegittimo, di tedeschi e francesi. Questo è il punto politico: l’Italia è uno dei pochi paesi fondatori dell’Unione, è una potenza economica fra le più grandi, detiene il primato di maggiore espansione, in quest’anno drammatico, delle esportazioni fuori dall’Unione, non c’è una sola ragione al mondo per cui debba sentirsi lo scolaretto somaro, obbediente all’ordine di maestri equivoci. Abbiamo il diritto, ma prima ancora il dovere, di ricordare a noi stessi e agli altri cos’è l’Unione e su cosa si regge. Abbiamo il diritto e il dovere di avvertire che la salvezza dell’euro non può cercarsi dissanguando i popoli, e meno ancora solo alcuni.

L’Europa di oggi è incamminata verso l’autodistruzione, laddove, al contrario, serve maggiore unità e integrazione, superando le paure e gli egoismi. E’ non solo lecito, ma doveroso ed europeista mettersi di traverso.

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