Economia

Liberare l’economia

Liberare l'economia

Il governo, in questo guidato dal ministro Siniscalco, ha deciso di adottare la politica dell’inglese Gordon Brown e di porre un tetto del 2% all’aumento della spesa di ciascun ministero. Si sono sollevati dubbi sulla legittimità di questo tetto, ma a me paiono dubbi mal riposti: il tetto è legittimo, purtroppo non è decisivo.

Oltre tutto lo stesso ministro è andato alla Camera dei Deputati a sostenere che il tetto deve riferirsi al “perimetro complessivo” della spesa pubblica e non a ciascuna voce di bilancio, precisando, in quel consesso, che non solo potranno esserci, ma certamente ci saranno delle eccezioni. Il che significa che quel tetto resta legittimo, ma sempre meno decisivo, anzi, forse esclusivamente declamatorio.

Dalla capacità, con questo strumento, di contenere il deficit pubblico, il ministro fa discendere la possibilità, nel corso del prossimo anno, di diminuire la pressione fiscale. Ma, a parte il fatto che la pressione fiscale, fin qui, sia pure per effetto dei condoni, è aumentata, non c’è nessuno che creda realmente ad un effettivo decremento del deficit, men che meno grazie all’uso del tetto, né che creda al realismo degli aumenti previsti sul lato delle entrate.

Del tetto ho detto, ma pensare di aumentare le entrate imponendo il pedaggio su 15.000 chilometri di strade statali, od aumentando a dismisura il sovrapprezzo per chi fa il biglietto sul treno, rischiano d’essere idee più idonee a far trasparire disperazione che a far entrare denari in cassa. Ma come può venire in mente, a chi non viva fuori dal mondo, di imporre un pedaggio per il raccordo anulare o per la Roma-Fiumicino? Hanno mai percorso quelle strade (senza scorta ed impunemente occupando la corsia d’emergenza)? Pensare di mettere un casello e far fare la fila per pagare equivale a bloccare per sempre il traffico. E perché, di grazia, dovrebbe costare di più fare il biglietto in treno, posto che i controllori sono oggi muniti di macchinette elettroniche che rendono semplicissima l’operazione? Insomma, sembra un passaggio dalla finanza creativa a quella disperata.

Rivedere gli studi di settore, in modo da arginare l’evasione fiscale, è un modo di dire, una battuta, non certo un programma immediato. Per utilizzare quello strumento, difatti, si devono incrementare i controlli, incrementando il contenzioso, ed insalsicciando il tutto in un vicolo cieco al termine del quale il contribuente s’aspetta che vi sia il condono. In altre parole: nell’immediato aumentano le spese, mentre l’aumento delle entrate è rinviato ad un futuro incerto.

Il che non toglie che il problema esiste, non lo inventa certo il governo. Ma le misure che ci vengono presentate sono del tutto non idonee non dico a risolverlo, ma anche solo a tamponarlo. E allora? Allora si doveva invertire la rotta, passare da un Paese pieno di vincoli e privo di controlli ad un sistema con pochi vincoli e controlli efficienti. Certo, era importante la politica di riduzione delle tasse, perché capace di mettere più soldi nelle tasche degli italiani, ma era ancor più importante la scelta della semplificazione fiscale, della riduzione degli scaglioni, far cadere vincoli ed obblighi per rendere effettivi i controlli. Il governo non ha fallito solo la diminuzione, ha fallito anche la semplificazione, e l’attaccarsi, oggi, agli studi di settore ne è una dimostrazione.

Non si è fatto un solo serio passo verso le liberalizzazioni, verso la concorrenza. Il settore bancario è sempre più chiuso, forte di potere e pericolante per esposizioni che sono già oltre quel che la legge consente. Ogni degenerazione è possibile perché si è negato accesso alla concorrenza. Il mercato delle licenze ha anora aspetti feudali. La disciplina delle professioni è più simile ad un’economia corporativa che non di mercato. Il paradosso è che ad abbattere questi muri dovrebbe essere buona tanto una sinistra di governo, attenta agli interessi dei cittadini ed alla salvaguardia delle somme da spendere per scopi sociali, quanto una destra di governo, attenta a preservare il mercato da diseconomici blocchi e, quindi, a promuovere la produzione di ricchezza. Invece hanno fallito entrambe. Entrambe hanno disperatamente cercato di conservare l’esistete, perché entrambe sprovviste di una visione alternativa, di una diversa interpretazione del ruolo dell’Italia nei mercati mondiali e, quindi, di una politica coerente con le nuove necessità.

Ci siamo impoveriti perché ci siamo fermati, e ci siamo fermati perché la politica ha smesso di immaginare il futuro. Ora anche Luca Cordero di Montezemolo, guidando l’indebitatissima Fiat, ma parlando a nome di una Confindustria che vede il concretissimo rischio di una marginalizzazione dell’Italia, dice che si sarebbero dovuti far entrare gli americani della Ford e che si dovrebbero far cadere le protezioni dietro le quali s’accresce il divario d’efficienza e produttività. E lo dice ad una sinistra che chiede di essere guidata da chi allora non volle la Ford ed a una destra che oggi non scalfisce quelle barriere.

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