Economia

L’illusione anti-cash

L’illusione inganna e confonde le idee. Nel caso dell’uso del denaro contante tutto si basa su un dogma: se si controlla la circolazione del cash cala l’evasione fiscale. Ma è un articolo di fede, non dimostrabile. Divenirne praticanti significa non già diminuire le irregolarità, ma crearne di nuove. Nel cercare di dimostrarlo (perché i dogmi non mi piacciono) proporrò quel che, invece, si potrebbe fare per rendere conveniente, ai cittadini, la fedeltà al fisco.

Più di 500 euro, quindi, non si potrebbero maneggiare. Posto che la grande evasione fiscale non usa affatto le mazzette, ma il denaro digitale che emigra via computer, l’unico soggetto che si adeguerà subito alla norma sarà lo Stato pagatore, che non userà più i contanti, costringendo tutti, anche chi deve incassare delle miserie, a disporre di un conto corrente. Se servisse a prosciugare il nero ci si potrebbe stare, ma non è così. Approssimandosi le festività ci saranno pure dei nonni che hanno convinto i nipoti alla pratica saggia del risparmio, infilando per un anno intero le monete nel salvadanaio. Noi lo facevamo. Ora che lo rompono che si fa, li si arresta per riciclaggio? Mettiamo che, sotto l’albero, vista la crisi e la necessità di non buttare via i soldi nella solita cianfrusaglia inutile, un abbiente signore decida di regalare ai congiunti duemila euro ciascuno, chiusi in diverse buste, con un affettuoso biglietto. Che si fa, gli mandiamo la guardia di finanza per sgominarli?

Obiezione: ma prima si è reso impossibile, per quel signore, ritirare i propri soldi cash. A parte che non è vero, sarebbe una follia, un sopruso, un atto di violenza statale. E non è vero, perché può prendere quello che vuole, ma deve compilare un modulo e la banca farà una segnalazione. Carta che produce carta, senza costrutto alcuno. Se mando un bonifico ad un figlio che si trova all’estero parte una giostra di carte e segnalazioni all’ufficio cambi, il commercialista mi dice: manda di meno. Io rispondo: ma siete tutti pazzi? Sono soldi miei, dichiarati fino all’ultimo centesimo, e ci faccio quello che mi pare. In quel modo si produce solo burocrazia, quindi ostacoli al mercato, quindi recessione. Piantatela.

Le Poste sono dello Stato. Ci sono andato per effettuare pagamenti ad alcune amministrazioni pubbliche (multe comprese), per un valore, ahimé, superiore a 500 euro. Offro la carta di credito, ma non si può utilizzare: bancomat o contanti. Al cortese impiegato ho riassunto la mia opinione in merito, l’ha condivisa e ci siamo salutati. Mi punge vaghezza che le Poste non accettino la carta di credito perché ritarda i pagamenti e costa la commissione, mentre i trasferimenti di denaro alle amministrazione devono avvenire nelle 24 ore. Domanda: perché un commerciante deve accettare quel che lo Stato incassatore rifiuta?

Poi ci sono consumi per i quali non si vuole lasciare traccia. Leciti, ma che il cittadino vuol tenere riservati. E’ un reato? No, quindi non rompete le scatole. Da quando hanno inventato quella pataccata della privacy siamo stati coperti da una nuova montagna di carte inutilissime, che si firmano senza che nessuno le abbia mai lette. Poi t’infilano in un’indagine e compare sui giornali anche quel che non confessavi a te stesso. Il cittadino non si fida, ed ha perfettamente ragione. Tutto questo non significa che ci si deve arrendere all’evasione fiscale e al mercato nero, ma che devono allettarmi, anziché minacciarmi. Lo Stato continua a minacciare, con il risultato di far apparire apprezzabile la sfida alla sua ottusità. Lavori, invece, sul lato dei benefici, mi spieghi che lasciare traccia dei pagamenti, anche quelli effettuati con le fruscianti, è conveniente.

Faccio un esempio: si crei una relazione fra i pagamenti che faccio e le tasse che dovrò pagare. Nella pratica: il registratore di cassa memorizza e trasmette non solo quel che pago, ma anche il codice fiscale (si trova, per esempio, sulla banda magnetica della tessera sanitaria, e quando ci si deciderà a fare la carta unica del cittadino sarà sempre troppo tardi), dall’iva che ho versato se ne prende una frazione e la si accantona in conto irpef. Ecco lì che al ristoratore chiederò un pagamento regolare, non perché sono onesto e non faccio le cosacce, ma perché mi conviene. La forma di pagamento è del tutto secondaria.

In uno schema di quel tipo si può accettare anche l’iva con l’elastico: cresce di un punto, che mi tocca pagare, ma poi me lo restituiscono, salvo che nel frattempo ha rimpinguato le casse pubbliche. Ci sono altre idee? Ben vengano. Detesto quelle che partono dal peccato originale d’essere cittadini italiani: i più tartassati dal fisco, ma eternamente sospettati d’essere evasori.

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